giovedì 19 febbraio 2015

Comunicazione di servizio

Cari amici di Obbrobbrio,

purtroppo per voi, non vi ho abbandonati. Presto tornerò a pubblicare assurdità sul blog, pertanto vi invito a non desistere dal gironzolare da queste parti.

A presto!

Alessandro

giovedì 22 gennaio 2015

Paura delle parole


Quando l'ondata emotiva legata ai fatti di Parigi si sarà esaurita, tutto tornerà come prima. 

Il diritto alla satira dovrebbe essere sempre garantito e rispettato. Il mondo è pieno di gente non libera, per scelta o imposizione. Ma chi ha deciso di aderire a una fede, che si tratti di una fede politica, religiosa o addirittura sportiva, non dovrebbe cercare di imporre il proprio sistema di valori agli altri. Queste parole potranno apparire scontate, eppure son certo che ognuno di voi si sia imbattuto almeno una volta nella vita nella tendenza a  cercar di chiudere la bocca altrui.

 E se il capo della Chiesa può permettersi di affermare "se offendi mia madre ti do un pugno", equiparando la satira a una mera diffamazione, mi chiedo cosa accadrebbe se questa logica, la logica del pugno, la usassero contro di lui tutte le persone che ogni giorno vengono discriminate dal credo di cui si è fatto esponente. I "ma se la son cercata" arrivano dalla stessa gente che sostiene che una gonna costituisca l'attenuante per lo stupro, atteggiamenti vergognosi come la mentalità bigotta di cui non ci libereremo mai.

Non sempre chi "sbaglia" con la satira paga con la vita. C'è chi, come Luttazzi, viene semplicemente messo a tacere e chi, come Crozza, alla prima lamentela da parte del Vaticano (per le sue imitazioni di Ratzinger) ha scelto l'autocensura.

La satira deve essere libera. Una satira castrata diventa satira di regime.

La satira deve far incazzare, perché prende di mira profondi pregiudizi, perché spinge la "vittima" a un impietoso confronto con se stessa.

Io non voglio un mondo pieno di gente che dice di essere Charlie. Voglio un mondo in cui chi vuole essere Charlie sia libero di farlo senza rotture di coglioni. Ma fino a quando piccoli e grandi fascismi ci permeeranno, non saremo pronti ad accettare il cambiamento.

Sostenere la libertà di espressione è facile, non costa nulla. Ma basta farsi un giretto nel web per imbattersi nell'incapacità diffusa di accettare una critica, un parere discordante. E così gli amministratori di un forum possono atteggiarsi a capetti sfoggiando i loro gradi virtuali, blogger più o meno noti possono calare la scure della "moderazione" su pareri discordanti dal loro. I social non aiutano il confronto, bensì favoriscono la nascita di ghetti virtuali in cui chi la pensa diversamente viene escluso o messo alla gogna.

Siamo nel 2015, il Medioevo è lontanissimo rapportato alla sfuggente durata di una vita umana, ma le piccole e grandi repressioni di ogni giorno dimostrano un fatto orrorifico e consolatorio al tempo stesso: la parola fa ancora paura. Fa paura ai Papi e agli Imam, ai politici e ai mafiosi, ai poveri stronzi dalla capacità di confronto ridotta a minacce di querele e segnalazioni d'abuso. 

La parola può illuminare o irritare, sovvertire un ordine, scatenare una guerra. Anche se, troppo spesso, si rivela un'arma intelligente nelle mani di perfetti imbecilli.


lunedì 12 gennaio 2015

Su libertà di parola e carta da cesso

Seppur costernato dalla tragedia accaduta in Francia, non riuscirei a dire o a scrivere un je suis Charlie Hebdo senza provare la tentazione di sputarmi in un occhio. Perché avere il coraggio di fare satira col rischio di morire ammazzati non è da tutti, tantomeno da me.

L'inevitabile teatrino della strumentalizzazione ipocrita è già bello che avviato: la capacità italiana di uccidere i morti non finisce mai di stupire. Ed è qualcosa di trasversale, che caratterizza la sinistra come l'estrema destra. Capita, così, che gli stessi personaggi che nel 2006 puntarono il dito contro le vignette "islamofobe" mostrate in diretta televisiva da Calderoli oggi fingano di piangere per il massacro di un'intera redazione, e che xenofobi come Borghezio manifestino a favore di una libertà di espressione che mai ci è appartenuta e mai ci apparterrà. Perché anche la censura fascio-democristiana uccide, ma lo fa a modo suo, senza spargimenti di sangue. In questo modo si limitano i possibili je suis Daniele Luttazzi in risposta agli omicidi mediatici di uno stato laico solo sulla carta.

Trovo utopico che la libertà possa essere esportata con le bombe, ma allo stesso modo ho perso fiducia nel dialogo, nell'integrazione con un dio di mezzo. Qualunque credo religioso è un motore di dis-integrazione, oltre a costituire un facile pretesto per giustificare qualsiasi tipo di atrocità umana.

Se non l'avete ancora visto, non potete perdervi questo documentario. Oggi più che mai, je suis Bill Maher.

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