venerdì 10 luglio 2015

La scrittura genera mostri

"Quando pensi che a nessuno importa se sei vivo, prova a non pagare per due mesi la rata della macchina" diceva il compianto John Belushi. Si tratta di una frase a cui penso spesso, e che in semplici parole descrive un aspetto tipico della natura umana.

Nonostante io abbia trascurato Obbrobbrio per un bel po', le "letterine" dei vari Pinco "Scrittore" Pallino non son mai venute a mancare. Gente in cerca di un'opinione aggratis sul proprio manoscritto, facente parte degli insiemi nonsochicazzosia e vuolequalcosadame.

Parlare di scrittura mi piace tanto. Ma il mio parlare di scrittura è qualcosa che si avvicina, con le debite proporzioni, al meraviglioso Chiacchiere di bottega di Philip Roth. Un dialogo basato sulla reale volontà di confrontarsi, di scoprire cosa pensi un interlocutore che condivide le proprie stesse passioni. Confesso che mi piacerebbe tanto "intervistare" autori che apprezzo. Non tramite fredde email, ma davanti a un caffè nel suo bar preferito.

Ciò che invece mi capita spesso, troppo spesso, è di parlare di scrittura con persone a cui interessano principalmente due cose: parlare di sé e/o capire se concordo nel ritenere il loro manoscritto un capolavoro.

Ho rispetto per il prossimo, ma non per la sua boria. Per questo, pur accettando di buon grado proposte di lettura, non ho mai lesinato pareri negativi o ironici su ciò che trovavo nei manoscritti. Qualcuno ha reagito malissimo (della serie "non capisci un cazzo"), in pochissimi mi hanno comunque ringraziato per aver dedicato ore del mio tempo libero ai loro scritti. Ma la maggior parte, e credo di non esagerare nel quantificarli come otto su dieci, hanno ritenuto opportuno non rispondermi nemmeno.

Ho smesso da tempo di leggere manoscritti su "commissione" di perfetti sconosciuti (gente che non ho mai visto sul blog, tra l'altro) ma questi mitomani sbucati non solo dall'editoria a pagamento o dall'autopubblicazione, ma anche dalla Stocazzo Edizioni di turno continuano a provarci.

La scrittura può creare Capolavori ma anche orribili mostri, come in questi casi. Gente che dovrebbe mollare la penna e darsi alla vendita di automobili. Magari a rate.





venerdì 17 aprile 2015

Venerdì diciassette.


Cari sopravvissuti,

vi scrivo da un angolo sperduto di questa fogna chiamata web. A voi onnipresenti, a voi che fate a sportellate per un briciolo di visibilità in più, auguro ogni fortuna. Occhio, però, perché non verrà fuori un nuovo Aranzulla. Che vi occupiate di guide per tecnoimbecilli o di copywriting spicciolo, sappiate che l'unico modo per monetizzare è trovarvi un cazzo di lavoro.

Un lavoro vero, non lo scrittore, non il poeta. Una roba che presupponga dei contributi previdenziali o, nella peggiore delle ipotesi, una paghetta passata sottobanco.

Rendetevene conto: scrivete parole vuote, non dite più un cazzo e lo sapete. Titolate articoli dando al lettore l'illusione di accingersi alla scoperta di chissà quale verità, ma non-di-te-più-un-caz-zo-por-ca-put-ta-na.

Questo potrà sembrare lo sfogo di uno psicopatico ai più, agli internauti medi, ai blogger. Non escludo che lo sia, ma è più forte di me: ci sono periodi in cui riesco a reprimere il mio disgusto per il social, altri in cui viene fuori in tutta la sua violenza.

Ho detto blogger. Blogger non è una professione, signori. Ogni tanto mi capita di dover correre in bagno, ma non oserei mai definirmi un toiletrunner, sebbene potrei scriverlo su Linkedin, dove il narcisismo basato sul nulla raggiunge vette da guinness dei primati (ove per "primati" intendo il plurale di primate, senza alcuna intenzione di offendere i simpatici animali in questione).

Sono nato e cresciuto in un mondo in cui ci si vedeva per una birra o un caffè al solito bar anziché chattare su Facebook col vicino di casa. Riavvolgevo con la matita nastri su cui erano registrati pezzi sparsi di artisti dei quali non conoscevo nemmeno il volto. Mi son ritrovato vent'anni dopo, il giorno dopo, in un mondo di "selfie", giornalisti che scrivono articoli basati su un tweet, minorenni minorati disposti a tutto pur di spillare i soldi per l'ultimo iphone ai loro genitori.

E spesso mi chiedo cosa sia andato storto, cosa ci abbia involuti. "Siamo peggiorati tanto che te ne vergogni", dice Caparezza. E in tutto questo trovo solo una costante: i coglioni ci sono sempre stati. Dal ku klux klan alle bombe atomiche, dai lager alle foibe, dalle pellicce al foie gras, le prove in tal senso non mancano.

E se qualche nazi-islamista può far fuori un'intera redazione per qualche vignetta di troppo, se l'informazione dev'essere ancora oggi nascosta, sporcata, minacciata, c'è un'altra evidente verità: le idee fanno ancora paura. Quindi, se ne avete, sfruttate la materia grigia e tiratene fuori gli attributi. Di fuffa ce n'è troppa in giro, e in questo la rete si dimostra un impareggiabile propulsore di mediocrità.

Questo ho scritto, questo penso.

Ora il sipario può riaprirsi.



giovedì 19 febbraio 2015

Comunicazione di servizio

Cari amici di Obbrobbrio,

purtroppo per voi, non vi ho abbandonati. Presto tornerò a pubblicare assurdità sul blog, pertanto vi invito a non desistere dal gironzolare da queste parti.

A presto!

Alessandro
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