“Racconti di merda 2013”: il terzo classificato

E’ con estrema emozione che possiamo dichiarare conclusa la prima edizione del concorso “Racconti di merda”. Una severa giuria di incompetenti (il sottoscritto, Costanza De Pedantis, Alessandro Madeddu e Rita Ciatti) ha giudicato i vostri orrendi scritti, nei quali avete fatto davvero del vostro peggio. Ringraziamo di cuore (e di stomaco) tutti i partecipanti, con l’augurio di ritrovarvi agguerritissimi nella prossima edizione.
Il racconto che sto per proporvi è il terzo classificato. Si intitola “Ferite” ed è stato scritto dal “Malvaggico”, al quale facciamo sinceri complimenti per il prestigioso risultato ottenuto.
Buona lettura!

FERITE
Chiamatemi Ismael, come il protagonista di quel meraviglioso e irripetibile romanzo che è Moby Dick o la balena bianca. Chiamatemi Ismael, vi direi, se un brivido non mi corresse lungo la schiena impedendomi di parlare.
In questo preciso istante – mentre un odore stantio di muffa, estesa fra i tre e i quattro centimetri, sopra uno spicchio di caciocavallo dimenticato in un barattolo di plastica, al terzo ripiano di un frigorifero no-frost, classe di risparmio energetico B+, ma con qualche difetto di funzionamento che fa formare il vapore acqueo dentro al contenitore, dando origine alla muffa medesima – sono vittima di me stesso.
E non c’è niente di peggio che sapere che il colpevole di tutto sei tu. Specie quando, in genere, non ti assumi mai la responsabilità di nulla e preferisci scaricare sugli altri doveri e colpe. Cosa ho fatto vi starete chiedendo? Non ho fatto niente. E se qualcosa ho fatto, non so proprio dirvi cosa. L’imbarazzo è tale, che perfino il dolore che provo coagula più velocemente del sangue che mi scorre dalle ferite, fisiche e morali, con cui ho segnato il mio corpo.
Nelle mie mani vi è un coltello. Nella mia mente, una lama affilata di sensi di colpa. Sul metallo, una rossa tinta, più rossa del pomodoro quando, la domenica, cucini la salsa con salsiccia e tracchia, e diventa ragù che odora d’infanzia e ti ricorda tua nonna che ti accudiva da piccolo. Ma quel rosso, non è ragù, non è ricordo piacevole. È memoria di un istante drammatico. È sangue: intimo fluido, suprema prova dell’esistenza della vita. Anima liquefatta, inchiostro d’onore per patti non revocabili.
Mentre sono una suppellettile deposta sul tavolo, accoccolata su una sedia. Mentre sono maschera d’inorridito dolore, umana scultura modellata a mo’ di Munch dell’urlo, mentre sono tutto ciò (e anche un’inesplicabile di più), un suono come d’un trillo fastidioso, ripetuto ritmicamente nel tempo, distante eppure familiare, squilla in lontananza. Dal tunnel sonoro che il mio cervello ha ideato per non farmi sentire più nulla, un barlume di coscienza riemerge, riappare, disperatamente urlante il mio nome. Chiamatemi Ismael, gli ripeto. Chiamatemi Ismael, gli urlo di rimando.
Poi capisco. Come smosso da un rombo di tuono o dal graffio di un ruggito. Come rincorso da un eco di campane, finalmente rinsavisco e comprendo che… è il telefono! Suona nell’altra stanza. È il telefono. O mi sbaglio? Forse è l’ambulanza. “Amore” sento gridare. “Eroe” sembra gridare. Frigna come una lagna. Forse è la voce della mia ex moglie. Ma no, lei non mi chiamerebbe mai “amore”, e nemmeno “eroe”. Forse è la follia che prende possesso della mia testa. Forse…
Forse è soltanto un “forse”. Un dubbio. Il dubbio d’aver fatto veramente quello che ho fatto. Il dubbio, quella macchiolina nera sulla certezza bianca, che sembra il pixel morto di uno schermo LCD a matrice attiva, con presa di collegamento VGA e addirittura senza interfaccia VESA. Il dubbio. Quell’eterno rimandare. Quel non saper dire se è meglio iOS o Android. Se sono meglio i Beatles o i Rolling Stones. Se Robbie Williams ha fatto bene a tornare con i Take That, oppure no. Il dubbio. Quel “ci sto, non ci sto”. Quel “mi alzo, non mi alzo”. Come adesso. Che faccio? Che farò di me?
Il dubbio s’insinua nella mente. È un raggio di sole che penetra i fori della tapparella, che attraversa le maglie della tenda. Che dice chiaro che qualcosa non va. O tutto. Tutto non va.
Sento meccanicamente l’animo che s’inquieta, il mio corpo che si alza. Una mano alla bocca. Un dito è sulle labbra a zittirmi. Il dito è succhiato, quasi che il nervosismo debba diventare un atto fisico di possesso del mondo. Urlo, per quanto posso, all’altra stanza. Arriva lei. Mia sorella. Aveva risposto al telefono.
Dice è nessuno; dice avevano sbagliato numero; dice che mi sono fatto.
E che mi sono fatto? «Cazzo!» – impreco in ogni lingua che conosco.
Ingiurio la mamma di un tale morto due secoli fa. Ce l’ho con Herman Melville, presumo, per colpa della balena bianca. Non capisco. Comprendo, invece, che la cultura ferisce più di un coltello. Se poi il libro lo stai leggendo con un coltello in mano è ancora peggio.
Tagliavo in pezzi un’anguilla da arrostire per cena, per poco non mi sono mozzato il dito, distratto dalla lettura. Quasi svengo.
Mia sorella mi ha portato in ospedale. Al medico del pronto soccorso ho detto di chiamarmi Ismael e di essermi ferito cucinando. Ma, in realtà, come Achab ce l’avevo con me stesso e ce l’avevo con Moby Dick. Il libro però. Fanculo a Melville!

 

Quello del buon Malvaggico è di certo un racconto di merda. Ci sono tutti gli ingredienti giusti: eccessi di retorica, similitudini improbabili, trama inconsistente. Dettagli insignificanti vengono esasperati, lo stillicidio di intercalari gastronomici risulta volontariamente divertente. Ed è forse proprio questa manifesta volontarietà a impedire che “Ferite” raggiunga gradini più alti del podio. Si percepisce, infatti, qualche forzatura di troppo che svela i meccanismi dietro le quinte. Il vero scrittore di merda sa strappare delle risate al lettore, ma sempre a propria insaputa.

10 Commenti

  1. Piace anche a me, ma io ho gusti letterari discutibili [anche perché l'ultimo libro che ho letto è stato "Gastone – multifunzione ventilato – istruzioni per l'utilizzo" (trovo che nella traduzione in italiano perda quel non so che, quell'aria sturm&drang, che ha la versione in tedesco)].
    Tornando al racconto del Malvaggico, lo trovo un piccolo capolavoro di minimalismo cosmico, con punte di esoterismo mistico misto ad un sano equilibrio di acido e basico.
    Solo un appunto, se mi è permesso: al posto nel Nostro avrei usato più volte il termine "balena".

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