Come annoiare a morte il lettore

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Il primo, indispensabile obiettivo per lo scrittore alle prime armi dev’essere quello di annoiare il lettore. Se fino a oggi avete considerato la vostra capacità di sintesi una dote, da questo momento dovrete imparare a detestarla, a rifuggirla come fosse un esattore comunale. “Per quale motivo?” si starà chiedendo il vostro neurone residuo. La risposta è semplice: per fare sì che il lettore si convinca che sappiate il fatto vostro.

Immaginate che il vostro personaggio sia seduto sul divano a guardare la finale di Coppa Italia. A un certo punto, decide di alzarsi per prendere una birra dal frigo. Come descrivereste questa scena?

Gianni si alzò e prese una birra dal frigo.

No, non ci siamo. Non sentite una vanzinica puzza di volgarità in questa frase? Cerchiamo di descrivere questa situazione con più impegno:

Gianni sospirò, massaggiandosi la gola arsa dal caldo, e capì che era giunto il momento di porre fine al proprio patimento. Si alzò, lanciò una rapida occhiata al teleschermo. Il risultato era ancora immutato. Con un gesto deciso, aprì lo sportello del frigorifero. La birra era lì, in una lattina verde. Uno scatto metallico, lo sbuffo del gas. Gianni la bevve tutta d’un sorso.

Questa versione è sicuramente prolissa rispetto alla precedente. Ma non siamo ancora arrivati a un livello di nichivendolismo tale da rendere la nostra opera un indimenticabile affresco. Mettiamocela tutta, a costo di rischiare le emorroidi:

Gianni sospirò, sfiorandosi il pomo d’Adamo con la mano sudata. In un attimo la secchezza che gli pungolava la gola divenne un martirio insopportabile. Si alzò, lanciò una rapida occhiata al teleschermo. Il risultato era ancora immutato. Con un gesto deciso, aprì lo sportello del frigorifero. Un’ondata di luce aurea lo avvolse, e un leggiadro refrigerio accarezzò le sue membra. La birra era lì, nel suo prezioso contenitore verde. Uno scatto metallico, lo sbuffo del gas. Gianni la bevve tutta d’un sorso. E fu l’estasi.

Ci siamo quasi, ma questo uomo comune con la sua birra non ci convince ancora. Per renderlo “interessante” (le virgolette sono d’obbligo) lo trasformeremo in uno scrittore.
Non c’è nessun cliché più diffuso del protagonista-scrittore, soprattutto nella narrativa di merda. Lo scrittore che non trova un’ispirazione, lo scrittore che non trova la gnocca, lo scrittore che non trova l’editore, lo scrittore che s’incula uno scrittore. Ciò è dovuto soprattutto alla cosiddetta “trappola dell’autobiografia” in cui ogni aborto di imbrattacarte cade puntualmente quando non riesce a creare un personaggio alieno dalle proprie peculiarità caratteriali.

Per coinvolgere il lettore non basterà fare del nostro Gianni uno scrittore. Per colpire – e vendere – una storia deve trattare con estremo coraggio una tematica delicata, strappando lacrime e maroni a chi la legge. Approfondiremo tali questioni in un secondo momento. E’ giunta l’ora di goderci il rinnovato Gianni, che chiameremo John per renderlo più esotico, nell’atto di bere la sua bramatissima birra:

John sospirò, sfiorandosi il pomo d’Adamo con la mano sudata. In un attimo la secchezza che gli pungolava la gola divenne un martirio insopportabile. Si ricordò dei mesi trascorsi ad Auschwitz senz’acqua nè cibo a sufficienza. Lui era riuscito a resistere. Molti, però, non sopravvissero. Nemmeno quella simpatica bambina dai riccioli biondi che ogni giorno lo svegliava accarezzandogli la fronte. Ogni volta che si ricordava di lei, una lacrima gli solcava il viso. Nella sua brillante carriera di scrittore, John era stato autore di una dozzina di romanzi di successo, ma non era mai riuscito a descrivere gli orrori vissuti durante l’Olocausto.
«Prima o poi ce la farò» pensò a voce alta, alzandosi dal vecchio divano.
Lanciò una rapida occhiata al teleschermo. Il risultato era ancora immutato. Con un gesto deciso, John aprì lo sportello del frigorifero. Un’ondata di luce aurea lo avvolse, e un leggiadro refrigerio accarezzò le sue membra. La birra era lì, nel suo prezioso contenitore verde. Era sudata, quasi a esasperare il concetto stesso di freschezza. Uno scatto metallico, lo sbuffo del gas. Senza alcuna esitazione, John ingollò quel nettare vitale. E fu l’estasi.

Possiamo finalmente affermare che questo è un esempio di come scrivere di merda. Ci sono i tre elementi essenziali: eccesso di retorica, personaggio stereotipato, tormentone drammatico. Approfondiremo ciascuno di questi aspetti essenziali della scrittura moderna nei prossimi post. Nel frattempo, vi sfido a descrivere la scena con il buon Gianni in una maniera ancor più noiosa e frustrante di quella che ho utilizzato io in questo articolo.

Alla prossima lezione!

42 Commenti

  1. John sospirò, un sospiro tanto irriverente quanto inutile pensò, sfiorandosi il pomo d'Adamo e salendo lungo il percorso del viso con la mano sudata. In un attimo la secchezza che gli pungolava la gola divenne l'antro di un vulcano, l'ingresso dell'inferno, un martirio insopportabile. Si ricordò dei mesi trascorsi ad Auschwitz senz'acqua nè cibo a sufficienza e pensò a tutto il tempo trascorso e a tutti gli anni vissuti. Lui era riuscito a resistere, a farcela, a vivere. Molti, però, non sopravvissero, chi per mano altrui, chi per stenti. Nemmeno quella simpatica bambina dai riccioli biondi e gli occhi azzurri, tanto grandi da poterci immaginare il mare dentro, che ogni giorno lo svegliava accarezzandogli la fronte e augurandogli il buongiorno col sorriso stampato sul grazioso, dolce volto. Ogni volta che si ricordava di lei, una lacrima gli solcava il viso e l'emozione di quel ricordo lo soffocava più del caldo aumentando esponenzialmente la sensazione d'arsura. Nella sua brillante carriera di scrittore, John era stato autore di una dozzina di romanzi di successo, ma non era mai riuscito a descrivere gli orrori vissuti durante l'Olocausto.
    Non sapeva spiegare se non ne fosse capace o semplicemente riteneva più lieve fingere di aver dimenticato.
    «Prima o poi ce la farò» pensò a voce alta, alzandosi dal vecchio divano e muovendosi nella penombra.
    Lanciò una rapida occhiata al teleschermo, unico fascio di luce di tutto lo spazio occupato in quel momento.
    Il risultato era ancora immutato.
    Non che fosse importante; la sua mente era altrove, in altri spazi, in altri tempi.
    Con il passo sicuro di chi sa muoversi nel buio delle proprie abitudini e con un gesto deciso, John aprì lo sportello del frigorifero. Un'ondata di luce aurea lo avvolse, e un leggiadro refrigerio accarezzò le sue membra.
    Sentì un senso di benessere pervaderlo e un nuovo sospiro uscì imprevedibile e inatteso. La birra era lì, nel suo prezioso contenitore verde. Era sudata, quasi a esasperare il concetto stesso di freschezza. Uno scatto metallico, lo sbuffo del gas. Senza alcuna esitazione, John ingollò quel nettare vitale. E fu l'estasi.

  2. C'è qualcosa che non mi torna: sono riuscito a leggere tutto il post con le varianti sul tema, quindi non mi hai sufficientemente fracassato le palle e non scrivi abbastanza di merda, altrimenti non mi sarei nemmeno permesso di commentare.
    🙂
    Forse il trucco consiste nell'incuriosire il lettore per spingerlo a scoprire fino a che punto uno riesce a infiocchettare il nulla.
    Ma questo, se posso permettermi, è il mestiere dello scrivere.
    Le idee invece sono ben altra cosa, averne di nuove e saperle scrivere è arte.
    Ottimo blog!

    • ti ringrazio per i complimenti. C'è da dire che la frase presa come esempio iniziale era semplicissima, ma se il nulla venisse impacchettato per trecento pagine, non so quanti lettori riuscirebbero a completare la lettura.

    • Eh, ma infatti.
      Se è vero che non si può imparare a scrivere bene seguendo delle semplici regolette, è altrettanto vero che nemmeno ci si può sforzare di scrivere male quando invece si scrive indiscutibilmente bene.

      Comunque sull'essenzialità della sintesi hai ragionissima. E mi sento punta sul vivo, ché sono sempre enfatica e prolissa.
      Ma c'è anche da dire che se appunto si è capaci di scrivere, anche una descrizione lunga può risultare estremamente piacevole (prendi Flaubert o Stendhal).

      Più che altro sono i topoi strappalacrime ad infastidire, ossia l'automatismo drammatico, ossia ancora pensare che l'elemento drammaturgico lo si debba dare una volta per tutte e non, come in realtà dovrebbe essere, farlo scaturire dalle azioni. Quel pensare che basti parlare di una tragedia per colpire il lettore nell'anima.
      E, aggiungerei, personalmente odio con tutta l'anima i personaggi che non si evolvono, che rispondono ad una serie di automatismi. Esempio massimo: i protagonisti di quella merda de La solitudine dei numeri primi per cui lei diventa anoressica sol perché da piccola ha subito il trauma dell'incidente ed è rimasta zoppa, lui incapace di stabilire vere relazioni idem per il trauma della sorellina scomparsa.
      Non funziona così nella vita reale. Grandi tragedie possono scivolarci addosso come niente, mentre piccoli episodi determinare chissà cosa, ma di sicuro non in maniera automatica.
      La mancata evoluzione del personaggio è una caratteristica dei romanzi di merda.

    • @Biancaneve: per me la scrittura "di merda" è quella pregna di barocchismi e priva di contenuti. La storia della letteratura ci insegna che una narrativa non eccelsa ma onesta come quella di Balzac può avere grande successo

  3. ho appena finito di vedere una partita degna del nome di questo corso perciò non voglio perdere l'ispirazione! Voglio anch'io provare a rielaborare il tutto per renderlo ancora più marrone. Vado a prendere penna, calamaio e l'inchiostro in omaggio. A risentirci fra breve!

  4. Era il sedicesimo minuto del secondo tempo di una stanca partita in uno stadio semivuoto fra due compagini che non avevano più molto da giocarsi, se non far girare stucchevolmente il pallone a vicenda sino all'oblio dei sensi, in stucchevoli triangolazioni portiere-difensore-centrocampista; centrocampista-difensore-portiere, centrocampista-centrocampista-difensore. Osservando quel geometrico, piatto, uniforme spettacolo, Giovanni realizzò che non poteva continuare così. Era giunto a un bivio. O rimanere lì a fissare il formicolio sfavillante di quel vetusto tubo catodico, o porre fine al fastidioso, irritante, pungente dolore che aveva assalito la parte inferiore della sua gola. Forse era colpa del finestrino che si era ostinato a tenere aperto – nonostante la bella stagione fosse ormai terminata da un pezzo, e sul giornale avesse letto un articolo che lo sconsigliava – durante i venti chilometri di strada verso il suo supermercato preferito, quella mattina. Gli piaceva andare là, anche se occorreva fare tanta strada, e per di più trafficata, con tanti semafori.
    Improvvisamente, decise di porre fine al suo disagio facendo leva sui suoi arti, per procedere a passi lenti verso la cucina. Guardò il frigo – un vecchio modello che forse l'anno prossimo avrebbe cambiato, ma per ora andava bene così – e aprì la porta osservando che la guarnizione non era più quella dei bei tempi. Dentro il frigo c'era una selezione di alimenti di buona qualità, perché i prodotti del discount non lo avevano mai convinto, anche se per via della crisi ormai ci andava più spesso di quanto desiderasse.

    – Non è un bel momento per nessuno.

    Poco dopo aver detto questa frase nella solitudine più totale, ed essersi reso conto che non c'era nessuno a sentire quell'esternazione, notò che nel comparto interno della porta, proprio dove doveva essere, c'era una bottiglia di birra lì da parecchio tempo. Un vago senso di nostalgia lo pervase. Forse era scaduta, forse no. La guardò. Sì, era buona. Per fortuna – si disse. Non avrebbe tollerato di essersi dimenticato di averne acquistate di nuove, durante la sua visita mattutina al supermercato. Detto ciò, la prese e la stappò. C'erano quei bicchieri da birra che gli avevano regalato e che non usava mai, ma chissenefrega, concluse. Prese la bottiglia delicatamente, accarezzando sensualmente il tappo prima di svitarlo.

    – Pfffffffff.

    Poco dopo, portò il freddo vetro alle labbra e succhiò avidamente il biondo, frizzante nettare.

    La sua gola smise finalmente di lamentarsi.

  5. Era il sedicesimo minuto del secondo tempo di una stanca partita in uno stadio semivuoto fra due compagini che non avevano più molto da giocarsi, se non far girare stucchevolmente il pallone a vicenda sino all'oblio dei sensi, in stucchevoli triangolazioni portiere-difensore-centrocampista; centrocampista-difensore-portiere, centrocampista-centrocampista-difensore. Osservando quel geometrico, piatto, uniforme spettacolo, Giovanni realizzò che non poteva continuare così. Era giunto a un bivio. O rimanere lì a fissare il formicolio sfavillante di quel vetusto tubo catodico, o porre fine al fastidioso, irritante, pungente dolore che aveva assalito la parte inferiore della sua gola. Forse era colpa del finestrino che si era ostinato a tenere aperto – nonostante la bella stagione fosse ormai terminata da un pezzo, e sul giornale avesse letto un articolo che lo sconsigliava – durante i venti chilometri di strada verso il suo supermercato preferito, quella mattina. Gli piaceva andare là, anche se occorreva fare tanta strada, e per di più trafficata, con tanti semafori.
    Improvvisamente, decise di porre fine al suo disagio facendo leva sui suoi arti, per procedere a passi lenti verso la cucina. Guardò il frigo – un vecchio modello che forse l'anno prossimo avrebbe cambiato, ma per ora andava bene così – e aprì la porta osservando che la guarnizione non era più quella dei bei tempi. Dentro il frigo c'era una selezione di alimenti di buona qualità, perché i prodotti del discount non lo avevano mai convinto, anche se per via della crisi ormai ci andava più spesso di quanto desiderasse.

    – Non è un bel momento per nessuno.

    Poco dopo aver detto questa frase nella solitudine più totale, ed essersi reso conto che non c'era nessuno a sentire quell'esternazione, notò che nel comparto interno della porta, proprio dove doveva essere, c'era una bottiglia di birra lì da parecchio tempo. Un vago senso di nostalgia lo pervase. Forse era scaduta, forse no. La guardò. Sì, era buona. Per fortuna – si disse. Non avrebbe tollerato di essersi dimenticato di averne acquistate di nuove, durante la sua visita mattutina al supermercato. Detto ciò, la prese e la stappò. C'erano quei bicchieri da birra che gli avevano regalato e che non usava mai, ma chissenefrega, concluse. Prese la bottiglia delicatamente, accarezzando sensualmente il tappo prima di svitarlo.

    – Pfffffffff.

    Poco dopo, portò il freddo vetro alle labbra e succhiò avidamente il biondo, frizzante nettare.

    La sua gola smise finalmente di lamentarsi.

    • Jhon sospirò massaggiandosì le palle con la mano sudata. In un attimo il suo cazzo in erezione si trasformò da duro a "duro da culo". La sua mente si perse nel ricordo dell'ultima volta in cui aveva scopato. Ricordava ancora il bel seno della fanciulla raccolta dal viale davanti all'asilo con la promessa di un futuro come scrittrice ed un paio di caramelle. Cominciò a menarselo molto lentamente, cercando di percorrere tutta l'asta dall'inizio alla fine e soffermandosi per pochi istanti nei punti in cui provava più piacere. Poi iniziò a muovere la mano sempre più velocemente. Lanciò una rapida occhiata al teleschermo. La faccia della portoricana ricoperta da sperma gli provocò un sussulto. Riavvolse il filmato fino al punto in cui la ragazza, fingendosi recalcitrante, veniva penetrata in ogni suo interstizio da due negri ed un cavallo. Mentre la mano continuava il suo lavoro, alcune gocce di sudore cominciarono a cadere copiose dalla sua fronte. L'orgasmo era ormai alle soglie. Il dito dell'altra mano scivolò lentamente verso l'ano. Dapprima ci girò intorno, poi lo violò con forza. Gli schizzi di sperma cominciarono ad uscire copiosi finendo sul divano, mentre il dito continuava il suo sporco lavoro. Esausto si lasciò scivolare all'indierto e si pulì la pancia col cuscino. Finalmente soddisfatto sentì un po' d'arsura in gola, quindi si diresse verso il frigorifero. Un'ondata di luce aurea lo avvolse ed un leggiadro refrigerio accarezzò le sue membra. Uno scatto metallico arrivò alle sue orecchie, lo sbuffo del gas gli bagnò il volto ed una leggera puzza di merda lo avvolse quando si portò la birra verso la bocca. Senza alcuna esitazione, John ingollò quel nettare vitale. E fu l'estasi.

  6. Si…… ma la partita com'è finitaaaaaa?
    Concordo con Ruhevoll, non scrivi abbastanza di merda, impegnati di più. Ottimo contenitore per una "sana raccolta differenziata", complimenti, ciao.

  7. Una lezione di scrittura fuori del normale 🙂
    Imparare a scrivere… scrivendo nella maniera peggiore. Bella idea 🙂
    Senti, a me la partita non interessa, ma che birra era?

  8. beh, mi aspettavo un racconto alla Moccia – ho sfogliato un paio di pagine in libreria anni fa e fu un'esperienza devastante – e invece mi ritrovo con gli esercizi di stile di Queneau! ciao

  9. Ma questa luce del frigo com'era? Forse richiamava altre luci, tipo la luce di un'alba sfacciata e procace sul lungomare di Rimini, verso la fine dell'estate, magari del '78? No, perché mi sembra importante…

  10. John Hagmann sospirò lentamente ,avvertendo una certa secchezza nelle fauci e desiderio di bere qualcosa…era passata qualche ora da quando si era affossato sul suo comodo divano, guardando indifferente le sagome umane nello schermo della televisione ,mentre le pareti del suo appartamento lo stavano cucinando come un pollo in un forno elettrico.
    Il caldo soffocante estivo era micidiale, non pioveva da settimane e le strade asfaltate di Parigi erano roventi come deserti di fuoco Africani.
    Ma che cosa avrebbe potuto aiutarlo a sconfiggere la sete? Fece mente locale alle risorse presenti nel suo appartamento coriaceo e penso a quella birra doppio malto che aveva comprato l’altro giorno nel supermercato sotto casa, una Royal Dutch premium Lager , per essere veramente precisi. Era una buona marca di qualità, dal sapore lievemente frizzante e amarognolo al punto giusto. John gemette Ricordandosi quante sfavillanti bionde aveva bevuto finora…di come il desiderio e l’attrazione verso quella bevanda lo avesse aiutato a capire molte cose e aspetti esistenziali che faticava a far emergere dalla suo sub conscio contorto e complesso…e di come un amica bionda spumeggiante a portata di mano nei momenti di noia o sconforto, possa aiutare a risollevare il morale a cani e porci , evadere dalla latente mania depressione collettiva che affligge senza tregua il tristissimo genere umano del ventunesimo secolo. Si sfiorò il nodoso e ruvido pomo d’Adamo con la mano madida di sudore estivo… era estremamente combattuto se abbandonarsi al piacere di potersi dissetare liberamente di quel sacro Graal benedetto dal signore dell’Universo oppure combattere la sua tentazione, nonostante l’ inaridimento che gli pungolava incessantemente la gola divenne un martirio impossibile, paragonabile solamente al martirio di San Pietro apostolo crocifisso in testa in giù…un supplizio terrificante se si pensa che in quella posizione scomoda capovolta è assai difficile bere una birra per fare una pausa tra un rantolio e l’altro .
    Il dolore fece riaffiorare nella mente spasimata di John il doloroso quanto mai sopito ricordo lontano ma onnipresente di Auschwitz , tutti quei mesi passati trascorsi senza avere a disposizione ne cibo ne acqua a sufficienza, gemendo come un cane legato ed abbandonato a sé stesso, e supplicando ogni tanto di avere qualche avanzo dalle spietate S.S. che sorvegliavano giorno e notte il temibile campo di sterminio Nazista. Molti perirono sotto la furia perpetua, la durezza ingiustificabile e la spietata crudeltà del regime dell’odio del terzo Reich, ma lui, detto “piccolo Jo’ vispo furbetto” c’ è la fece, riuscì a salvarsi la pellaccia grazie alla voglia di vivere che l’aveva sempre animato sin da quando sua madre lo partorì con il cordone ombelicale avvolto attorno al collo, ed egli, piccolo “Enfant Prodige” mentre stava attraversando quel canale alquanto misterioso che ci porta alla luce del mondo, il nascituro riuscì a districarsi con la sola abilità e forza delle sue braccine dalla presa soffocante del cordone arrotolato, come un provetto mago Houdinì capace di stupire il mondo prima ancora di essere ufficialmente nato.

  11. Ma lì ad Auschwitz le cose non erano così semplici, perché in ogni angolo John annusava quel terribile odore malevole e insopportabile che proveniva dagli altissimi caminetti dei forni crematori. Lui sapeva cosa facevano quelle luride iene delle S.S. con i cadaveri dei suoi fratelli Ebrei caduti dalla fatica o dalla fame. ..gli bruciavano come fossero rifiuti fastidiosi da eliminare nel modo più economico. Quanti amici con cui condivise botte e pidocchi finirono in quei lugubri forni diabolici….John a volte pensava di star vivendo soltanto un brutto incubo, che per qualche motivo la sua coscienza assopita tardava a risvegliarsi ai primi richiami mattutini dell’alba dopo la lunga notte dell’odio razziale partorito dall’efferata mente criminale dei Tedeschi malvagi riuniti sotto quella disgustosa svastica Ariana .
    John non comprese mai dove trovò quella grande forza interiore per resistere al male che respirava ogni giorno e continuare a sperare nell’arrivo salvifico dei nobili alleati Americani. Ma a differenza di lui, molti non sopravvissero all’inferno Nazista, nemmeno Eveline Dubinsky, quella simpatica e dolcissima bambina dai lunghi boccoli dorati che ogni mattina lo svegliava accarezzandogli la fronte, donandoli quel sorriso colmo d’amore e innocenza che ti fa continuare a dire con tutta l’aria che hai nei polmoni “la vita è meravigliosa” anche quando sei un topo intrappolato in una micidiale camera a gas. In quella lontana primavera del 1941 Eveline rischiò di essere fucilata per aver preso un rametto fiorito di ciliegio da un alberello in fiore che sporgeva appena al di là del filo spinato che circondava il campo di Auschwitz. “Perché hai rischiato tanto, Eveline?” La bimba sorrise triste e con voce sommessa diede la sua tragica spiegazione..” caro zietto John…quando l’uomo cattivo mi separò per sempre dalla mamma per condurla alla visita medica del dottore, lei mi abbracciò forte e mi disse che io sono bella come un fiore appena sbocciato e che il suo amore di mamma sarebbe sempre stato con me”.
    Ogni volta che John ricordava vividamente quel povero angelo caduto dal cielo gettato nell’inferno nazista creato dalla megalomaniaca follia di un criminale di nome Adolf Hitler, una grossa e copiosa lacrima solcava il suo viso duro e spigoloso. “Sono degno di essere chiamato uomo, anche se non ho potuto salvare la vita di quella sfortunata bambina da quel branco di rifiuti umani in divisa nera intenti a ballare il passo dell’oca anziché fare l’amore con le belle Austriache dell’ Oktober fest?” Era il tormentone che attanagliava come un oscuro e indicibile mantra la sua anima compassata da una miriade di esperienze negative da cancellare. Quando ancora ragazzino venne liberato da Auschwitz, tempo dopo trovò un impiego modesto come garzone in un albergo di lusso Viennese. Nel contempo per allontanare i demoni sopiti che attanagliavano la sua burrascosa esistenza ,scrisse una dozzina di romanzi di successo , prediligendo storie che finivano sempre a lieto fine. La sua preferita restava “Il direttore scellerato” , in cui narrava le vicende di Pierre Colin ,un impacciato Francese omosessuale titolare di una fabbrica di fili elettrici, che nel corso del dopoguerra viene accusato dai partigiani reduci di aver tradito la patria a causa del perverso amore proibito che provava per il bellissimo ed irresistibile tenente Otto Von Mayer…qualcosa di così assoluto da portare l’irreprensibile direttore a compiere qualsiasi azione nefasta per poterlo rivedere ancora.

  12. I suoi erano racconti di fantasia che traevano ispirazioni dai fatti di cronaca realmente successi , ma John sapeva molto bene che non sarebbe mai riuscito ad affrontare ne a descrivere la quantità indicibile di orrori che aveva vissuto durante l’Olocausto. Spesso si svegliava nel cuore della notte con il cuore che batteva a mille in preda al folle panico e quando chiudeva gli occhi apparivano davanti a sé la visione spiacevole di incubi oltre ogni possibile immaginazione. Lui era forse un vigliacco? No…prima o ci sarebbe riuscito…’avrebbe trovato la forza per impugnare la sua amata penna stilografica Aurora, e da essa avrebbe fatto straripare tutto sé stesso , riuscendo finalmente a liberarsi di tutti quei ricordi confusi e terribili accumulati nella memoria , ed infine sarebbe esploso come un vulcano rabbioso e furente che spunta dal nulla proprio nel bel mezzo di Auschwitz ed erutta in tutta la sua grandiosa potenza enormi palle di fuoco rovente che incendiano e demoliscono quell’orribile e perverso parco divertimenti riservato alle malate S.S. al servizio del figlio supremo del male incarnato, Hitler.
    John Stiracchiò le braccia nervose ed irsute e guardò il frigorifero, che ora come ora gli ricordava quella maledetta cella frigorifera dove quel grandissimo malato mentale del dottor Karl Schroeder rinchiuse fino ad uccidere di ipotermia la povera Eveline Dubinsky, sottoponendola a uno spietato e crudele esperimento sulla resistenza al freddo grazie ai presunti benefici ottenuti delle ripetute iniezione sottocutanee di velenosi prodotti chimici antigelo sull’essere umano.
    “Prima o poi c’è la farò…ed esso sarà il mio libro migliore tra tutti…il mio editore capirà quanto valgo veramente” pensò a voce alta, alzandosi dal vecchio divano beige sfondato dove era solito addormentarsi la sera davanti ai caroselli pubblicitari trasmessi dalla televisione.
    Sul suo canale preferito stavano proiettando una serie di gag comiche esilaranti, ma che tanto divertenti di fondo non erano. John pigiò il bottone del telecomando per controllare che ora fosse. Era le ventuno e mezza… un buffone molto disinibito stava facendo un imitazione spassosa di un aviatore rumeno, ma John non riusciva nemmeno a sorridere tanto era dilaniato dalla sete…giunse ineluttabile la pubblicità, con il suo carico di spot seducenti destinati al consumismo sfrenato.
    Quella era l’occasione giusta per agire senza perdere il filo conduttore del programma televisivo. Con un gesto preciso e metodico, John afferrò la maniglia verticale dello sportello del frigorifero e si accinse ad aprirlo.
    Il freddo contatto con l’acciaio gli ricordò le dolorose notti che passò in Siberia quando divenne un intellettuale scomodo di sinistra e un ufficiale decise di mandarlo nel Gulag. Ma questa è un'altra storia…

  13. Quando aprì il rettangolare frigorifero, un improvvisa ondata di tagliente luce bianca lo investi completamente, facendoli socchiudere gli occhi tanto risultava essere accecante, mentre un inaspettata e piacevolissima sensazione di refrigerante freddo polare avvolse il suo corpo flagellato dalla invadente pressione della calura estiva. Ripresosi dal momentaneo stupore ed imbarazzo, John controllò attentamente la cassettiera interna del frigo in basso e trovò la bottiglia nascosta sotto i sacchetti della verdura. La birra era lì dentro, fredda e congelata come una stalattite di puro ghiaccio pronta a trafiggere la sua gola surriscaldata …l’unica vera amica e confidente in grado di sanare la sua opprimente sete che lo perseguitava come un branco di cani Terranova inferociti sguinzagliati dalle infami S.S. che devono rispondere all’ordine di rincorrere un povero Ebreo disperato in fuga dal suo odiatissimo Lager…parola che significa sia “campo” che “magazzino”….e che immensa differenza c’è tra già proprio quella terribile parola “LAGER” che risaltava sotto ai suoi occhi come uno Stalker indemoniato che ti perseguita giorno e notte, quella maledetta scritta incisa in caratteri bianchi su una cornicetta ovale nera che appariva stampata sull’etichetta umida e gocciolante della bottiglietta di Royal Dutch Lager Premium. John ironizzò con se stesso, perché quella prigione chiamata Lager e dimenticata da Dio era tutto ciò che di schifoso potesse esserci al mondo, tranne che un posto “Royal Dutch Lager Premium”…perché la prigionia di John era tutto tranne che una piacevole gita in un “campo” di birre reali premiate .
    Il birrificio dovrebbe rendersi conto di quanto il nome del suo prodotto sia un gravissimo insulto alla Memoria Giudaica dell’Olocausto : i loro vertici aziendali in segno di rispetto verso i sei milioni di Ebrei barbaramente massacrati, dovrebbero essere costretti dalle Nazioni Unite a devolvere in beneficenza per ciascuna birra venduta cinque centesimi a vittima, fino a raggiungere i tre milioni di dollari e donare l’importo complessivo ad una fondazione senza scopi di lucro che si occupa principalmente di sostenere i superstiti e mantenere sempre viva la fiamma sacra della Memoria.

  14. Chi come John aveva vissuto sulla sua pelle l’orrore disumano di essere trasformati da soggetti senzienti in oggetti da sfruttamento, chi come lui ha subito l’ignobile numero di serie tatuato sul braccio…sa molto bene di cosa può essere capace un Tedesco quando non viene attentamente monitorato: basta che un esaltato dai bizzarri e rotondeggianti baffetti aristocratici e la riga inizi a gridare in pubblico un mucchio di scemenze che toccano nel vivo l’anima sopita del Tedesco medio, ed ecco che questi iniziano subito a chiamarlo “Reich”, dichiarare guerra a tutte le nazioni nemiche della grande Germania, collocare svastiche persino nei bagni pubblici, innalzare imponenti fabbriche metallurgiche per la costruzione di armi ed erigere ovunque squallidi campi di concentramento per imprigionare, torturare e uccidere chi non è un vero Tedesco come loro.
    John mentre s’accingeva ad afferrare incerto l’oggetto del suo desiderio, ricordò come un flash di luce improvviso gli occhi sommessi con cui la tenera Eveline l’aveva salutato l’ultima volta prima di spirare per sempre in quel maledetto studio medico Nazista.
    Con rabbia e ferocia, John strinse forte nel palmo della mano la birra ghiacciata che racchiusa nel suo prezioso involucro vetroso, sprizzava esuberante freschezza sotto forma di numerose goccioline sudanti. Nella sua mente immaginò in un nanosecondo a quanto avesse voluto in quel preciso momento poter stritolare con le sue energiche mani il sadico dottor Schroeder e vendicare quell’angelo innocente sacrificato sull’altare della pazzia scientifica. ..John avrebbe voluto assaporare la morte di quell’infame ratto umano guardandolo negli occhi mentre soffriva e supplicava pietà e lentamente spirava sotto la sua inossidabile presa d’acciaio attorno al suo grasso ed untuoso collo Nazista. Senza esitare un attimo, strappò con il dente il tappo grigio e rotondo della bottiglia e appena il gas sbuffò con innata eleganza, John con un gesto forte e deciso portò alla bocca il collo della bottiglietta e succhiò avido quel leggendario nettare vitale capace di eliminare la maledetta sete estiva.
    Un turbinio di emozioni ineffabili mai sperimentate prima s’impadronii di lui.. per un istante dimenticò quel verme del dottor Schroeder.. un individuo talmente degenerato che sarebbe stato da condannare a morte senza processo per il bene dell’umanità.
    I suoi sbiechi e raggelanti occhi azzurri da cerbiatto maligno ed il suo ghigno mefistofelico che soffocava mentre esaminava con micidiale accuratezza i prigionieri per decidere chi doveva morire e chi doveva vivere, erano qualcosa che spaventava tutti quanti… ma quando vennero gli Americani , John sapeva qualche parola di Inglese e chiese al sergente Donald Clark di poterlo vedere di persona. Il militare acconsentì e glielo portarono ammanettato come un salame.
    Quando John lo vide, avrebbe voluto picchiarlo fino a farlo sanguinare per fargli sentire tutta la rabbia e il dolore che aveva nutrito per lui in quelli anni terribili: ma il suo fisico dimagrito e spossato non aveva la forza per colpire quella faccia da gran bastardo che lo fissava con glaciale indifferenza …John si limitò spremere le sue ghiandole salivari e raccogliere nella bocca una pallottola di saliva che sputò addosso a quel maledetto demonio , senza dirgli nulla.
    Il sergente Clark comprese che quel finto medico Nazista era un mostro ed ordinò al suo battaglione di picchiarlo e stuprarlo ripetutamente ed infine consegnarlo al Tribunale di Norimberga affinché pagasse con la vita i reati atroci che aveva commesso in nome di una folle e malsana ideologia.

  15. La birra scendeva copiosamente lungo l’esofago bollente di John ,mentre i suoi occhi si posarono inespressivi sul ragnetto nero dalle striature giallognole che era sospeso a mezz’asta nella sua piccola ragnatela nell’angolo in alto a destra del soffitto della cucina.
    Le particelle di orzo assieme a quelle del gustoso luppolo danzavano assieme al ritmo della madre acqua, mentre le cellule di John aspiravano voraci e petalose l’alcol presente nella squisita bevanda.
    In quel momento magnifico ed irripetibili, nel suo essere vi fu soltanto posto per un estasi sensoriale totale , dai tratti dionisiaci.
    Dopo aver ingozzato in un solo lungo e interminabile sorso una quantità oceanica di birra, il suo volto cupo e severo assunse subito un espressione serena, distesa e alquanto soddisfatta.. come se quel breve istante nell’arco della sua esistenza straziata avesse donato a quell’uomo infelice un potente antidolorifico per lenire il dolore perpetuo provocato dalla cicatrice impressa nella sua anima che si chiamava “Auschwitz” . In questo raro momento era completamente zittita quella voce che gli borbottava in testa monotona e ossessiva il nauseante motto nazista “Arbeit macht Frei” presentato nel grande cartellone pubblicitario posto in alto all’ingresso del infame campo della morte.
    “Non oggi, maiale Nazista” commento seccamente John, rinviando al futuro il suo implacabile desiderio di uccidere quel infame medico folle di nome Karl Schroeder che aveva trucidato senza pietà la povera Eveline, quella dolcissima bambina bionda e innocente che nell’oppressione Nazista riuscii ad insegnare a un uomo ormai distrutto, l’importanza dell’amore, del coraggio e della speranza nella vita.

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