Musica e autopubblicazione

 

Vi piace ciò che passa in radio? Se devo essere sincero, a parte qualche sporadico ascolto di Virgin Radio Hard Rock, ormai il mio ascolto delle emittenti è limitato a quello involontario che subisco ogni volta che capito in un centro commerciale. Il motivo? Il 99% di quello che viene trasmesso è merda.
Il vero rock, quello passionale e sentito, quello ignorante o alternativo, oggi lo si può incontrare pagando una consumazione in una birreria di quart’ordine, o passeggiando accanto a un box in lamiera preso in affitto da qualche ragazzino alle prese con la prima batteria.


Stesso dicasi per l’hip hop nostrano: c’è chi ha avuto successo e si è commercializzato propinando cagate immonde, chi ha scelto di mantenere la propria dignità pur sapendo di non ricavarci un soldo e chi, pur ridicolizzandosi in ogni modo e regalando i propri album nel web continua a fare schifo.
Nella musica funziona così: o scegli il compromesso (e molto spesso neanche basta), o ti accontenti di fissare come massimo obiettivo quello di suonare alla sagra dell’asparago. Anche nella musica ci sono marchi “a doppio binario”, disposti cioé a pubblicare il disco di Pinco Pallino a pagamento.
La proporzione è semplice:
scrittore : cantautore = casa editrice : major discografica


Nell’autopubblicazione, che si tratti di musica o scrittura, c’è così tanta merda da poterci concimare tutti i campi del mondo. Questo è il risultato della parola data a tutti senza filtri, nonché il principale motivo di critica da parte di chi l’idea di uno che se la canta e se la sona dalla copertina alla promozione proprio non riesce a sopportarla. Lo capisco, anch’io ho sprecato tempo e denaro per romanzi che probabilmente non sono stati nemmeno riletti dai loro autori. Ma l’alternativa, qual è? Una Rizzoli che pubblica il romanzo di un’autrice che ignora regole ortografiche di base, solo perché ha vinto un concorso a colpi di “mi piace”? Proseguendo nel paragone musicale, qui siamo ai livelli del gangnam style. Sbaglio?


Nello stesso periodo in cui l’autrice di un libro autopubblicato (e stroncato su questo blog) mi minacciava di querela, altrove un libraio autore di un articolo isterico contro il self-publishing mi accusava di essere una sorta di grillino dell’editoria, profetizzando che questa smania di pubblicare da soli imploderà, e a salvare i pochi lettori italiani resteranno solo le case editrici.
Impalerei su una quercia secolare ogni idiota che autopubblica un libro prima di averlo sottoposto a revisione, come sputerei in faccia a ogni autoruncolo che se la tira in quanto la Stocazzo Edizioni ha deciso di pubblicare la sua storia su un amore difficile, garantendogli una percentuale dello 0,003% sulle vendite.


Signori, benvenuti nel mondo in cui il libro è un prodotto, l’editore una persona giuridica in cerca di lucro e l’autore un mitomane del cazzo che vuole ostentare la propria presunta bravura da quando un’incauta maestrina delle elementari gli ha assegnato il primo 10 e lode.
Da quale delle parti coinvolte ci stiamo realmente facendo strumentalizzare?


17 Commenti

  1. Mah, magari qualcosa di buono c'è sempre, perché al grande pubblico -ogni tanto- devi dargliela qualcosa di qualità e che rimane.
    Se sei di qualità, e pure commerciale (nel senso che piaci e vendi) allora hai fatto bingo.

    Moz-

    • Sono d'accordo, nel senso che ho generalizzato un po' troppo (a dire il vero, sia sul mercato editoriale che su quello discografico). Però ho la sensazione che la qualità resti relegata ai soliti nomi, che magari la proponevano già prima della definitiva caduta della qualità dell'offerta (morto Saramago, difficilmente se ne farà un altro).

  2. Vorrei poter vedere tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra. Ma non è mai così. A fronte di una glande editoraglia allo sbando, divenuta club degli amici degli amici, e giustamente declassata a Francoforte, e di librai che spesso si comportano da loro passive succursali, come gli spacci interni di certe fabbriche (quando librai così chiudono, io non piango certo le lacrime di coccodrillo di tanti pseudoscrittorelli) esistono per fortuna Editori come la Neo, capaci di scovare con coraggio e passione veri talenti, e di confezionare romanzi meravigliosi come Quattro soli a motore, di cui tu sai qualcosa (e ti assicuro che per uno scrittore quello è davvero il massimo, anche se autoproducendomi avrei potuto forse raccattare qualche soldarello in più: ma, se fosse quello l’importante, guadagnerei ancora di più chiedendo la carità ai semafori…)
    Dall’altra parte, a fronte di una disorientante giungla infestata da milionate di mitomani e semianalfabeti, e di lettori che pensano solo a spendere poco o nulla, c’è in effetti la fantastica possibilità di camminare da soli, di fare pernacchie al marcio sistema, svincolati da padroni che spesso fanno tutti gli interessi tranne quello dell’arte e degli artisti.
    Io stesso, se provo a immaginare le mie direzioni future, sono molto indeciso. (Ti dirò che se fossi anglosassone starei di certo dalla parte dell’editoria, contro l’antipatico, avido e cartafobico boss della web amazzonia, anche perché in quei paesi più meritocratici non sarei lo sconosciuto che sono in questo paesucolo, e quindi dovrei gratitudine a tanti Professionisti di QUEL mondo culturale).
    La tua riflessione è giusta e intelligente (anche se forse sbagli a equiparare OGNI editore a una “major” discografica). Ma non pensare ci sia la luce da una parte e il buio dall’altra, che una delle parti sia il problema e l’altra la soluzione. Da ambo le parti c’è penombra. Anzi, sono entrambe, purtoppo, inghiottite dalla tenebra.
    Ma a un vero Scrittore bastano ancora una candela e una matita, e nessuna certezza. I riflettori lasciamoli ai mediocri, ai loro cervelli piccini, ai loro ego ipertrofici. Questa è, in tutti i campi (non hai visto chi governa le nazioni?!) la LORO epoca. Merdosa e banale. Magari passerà.

    • "NEO" è una mosca bianca, davvero. Altri editori a caccia di autori che rompano gli schemi ne conosco pochissimi.
      La cosa che mi fa incazzare è che, se vale la legge economica "ogni offerta crea la propria domanda", in genere si sta creando una domanda scadente, educando il pubblico a una paraletteratura che uccide le menti anziché svegliarle.
      Come dicevo nel precedente commento, è vero, ho generalizzato troppo e mi dispiace.
      Questa è l'epoca degli idioti, sono d'accordo con te. E la "rete" non ha fatto altro che agire da motore propulsore nella diffusione di tale coglionaggine.

  3. Eccomi, mi chiedevi un commento e non posso certo esimermi.

    Stare dalla parte del "mi selfo da me" o sperare che l'editoria collassi e ne sorga una nuova, eticamente dalla parte del lettore? Be', temo che quell'editoria non sia mai esistita, o forse c'era ma era soltanto un caso. I libri sono prodotti e come tale vanno venduti, se l'intenzione è semplicemente quella di venderli. Esistono anche i matti che intendono fare cultura, ma sono matti… o sono matti e ricchi di famiglia, quindi le bollette in qualche modo le pagano.
    Credo sia sempre il lettore a poter fare la differenza, ma il lettore – lui, suo cugino che legge, la vicina di casa… – non è consapevole di questo potere. E certo si fa di tutto per non andarglielo a dire.

    Anche noi blogger abbiamo qualche colpa, o qualche merito quando decidiamo di muovere il culo e fare davvero i blogger. Rilanciare schede libresche è semplicemente diventare succursali di un ufficio stampa, o di molti, dipende da quanti libri "a gratis" intendiamo leggere. Recensire in bene, solo in bene e sempre in bene i libri che recensiscono tutti è altra faccenda che fa perdere tempo: dire il già detto è come fare la minestrina col dado e poi pretendere i complimenti alla cuoca. Insomma, anche noi blogger qualcosina la possiamo fare. E già non essere burattini editoriali sarebbe un bel passo avanti.

    Non ho niente contro il self, e so benissimo che un selfAutore è costretto a spammarsi parecchio. Ma da lì a risultare simpatico… be', occorre essere bravi anche a rompere i coglioni, mettiamola così.
    Penso il peggio, invece, di tante nuove leve in copertina glitterata. Sono gli stessi che vedi sui social e a cui augureresti l'editing di una maestra sadica. Ma esistono – loro, le maestre sadiche sono ormai in disarmo – e occorre farci i conti. Del resto, avendo un blog di satira editoriale, sono convinta che la "perculazione" ben fatta faccia vincere la guerra. Non importa quale guerra, una la si trova sempre.
    Dunque né col self né contro, né con gli editori e né contro di loro. Non tutti, almeno.

    Faccio parte di quel piccolo movimento criminale di "La correttezza paga", e non recensisco editori che so essere malsani: non pagano le traduzioni, fanno i bulli quando è il momento dei rendiconti… Una faccenda che non fa bene alla mia intenzione di dirmi autore – cosa che non faccio mai, io sono un blogger – ma che qualcuno deve pur fare. Questione di scelte, e scelgo di fare il blogger al servizio dei lettori. Poca fuffa, tanta onestà e botte da orbi quando il caso lo richiede.
    Non dico che i blogger d'assalto – la diligenza è il carrozzone editoriale – possano salvare il mondo, ma certo più blogger virtuosi – onesti, in barba ai salottini – qualcosa di buono possono combinare.

    • Non fa una grinza, son d'accordissimo con tutto quello che hai scritto. Sinceramente non ho mai capito come mai ci siano così tanti lit-blog che si limitano a pubblicare brevi "schede" sui libri in uscita. Non capisco che seguito possano avere e, tantomeno, che tipo di introiti percepiscano i blogger in questione (perché è chiaro che un blog del genere non lo tiri su per la voglia di confrontarti).

  4. Ho letto anche il post che citi nel commento, del tipo che ce l'ha con Amazon. Posto che a me non piace totalmente la politica di Amazon, ci sono tanti modi per capire se un libro autopubblica valga la pena leggerlo, quindi comprarlo, o no.

    Inizi con la copertina, poi leggi l'anteprima. E magari cerchi info sull'autore in rete.

    Passando al tuo post, io non mi sto lasciando strumentalizzare da nessuna parte, tanto che voglio pubblicare – anzi provare a farlo – sia con editoria classica sia in self (e in questo senso ho già contattato un editor).

    Un libro è comunque un prodotto commerciale, Ale, lo è sempre stato. Poe voleva campare coi racconti che scriveva, anche se non sempre gli riusciva. Ma voleva avere una rendita facendo lo scrittore, quindi creando prodotti di intrattenimento: le storie.

    Sulla storia di Rizzoli caliamo un velo pietoso.

    • Ciao Daniele, grazie per il contributo.
      La frase di quell'agente che mi ha fatto girar le balle è la seguente: l'editoria fai-da-te lusinga i semianalfabeti che sono convinti di essere dei geni e di meritare il successo. Sono l'equivalente dei cantanti sotto la doccia che pensano di essere dei talenti musicali incompresi.
      Mi sembra una generalizzazione davvero odiosa. E non lo dico solo perché sono un autopubblicato.

    • Sì, quella è una generalizzazione, anche se in molti casi risponde a verità: in quei casi in cui l'autore abbia scritto e pubblicato senza un editing. Ma, appunto, è una generalizzazione. E l'esempio di Rizzoli ci fa capire che anche l'editoria classica non è esente dal diffondere semianalfabeti fregiandoli del titolo di scrittore.

      Comunque ci sto scrivendo un post 🙂

  5. Avevo letto l'articolo qualche giorno fa e postandolo sulla pagina FB del mio blog avevo sottolineato come abbia trovato particolarmente arroganti quasi tutte le parole pronunciate da Wylie. Io ho qualche remora nei confronti degli autopubblicati e tendo, lo ammetto, a non leggerli. Da lì a dire che sono tutti analfabeti però ce ne passa ecco (poi non mi è piaciuta nemmeno l'ultima frase, il discorso del digitale… ma credo meriti anche quella un post a parte).

    Credo che sia tu nel tuo post sia Wylie abbiate generalizzato un po' troppo. Non fa sempre tutto schifo e non è necessariamente vero che se qualcosa piace a molte persone è necessariamente qualcosa di studiato ad hoc perché piaccia. Ci sono best seller che sono diventati tali senza che nessuno se lo aspettasse, e canzoni passate in radio più e più volte che comunque rimarranno nella storia alla faccia dei tormentoni estivi (che poi, anche Virgin Radio si è un po' rammollita in quanto a rock… ora lo ascolto persino io :P).

    Il fatto è che i libri sono davvero dei prodotti commerciali. Forse noi lettori appassionati ne abbiamo una visione molto più romantica, ma di fatto scopo dell'editore è comunque quello di vendere. Lo deve fare per poter sopravvivere. Poi c'è l'editore che preferisce pubblicare solo merda per sopravvivere, ed editore che preferisce lavorare sulla qualità, guadagnare magari un po' meno, ma poter dire "Hey, ho pubblicato davvero un gran bel libro".

    La differenza forse la fanno davvero i lettori, scegliendo cosa leggere e cosa no.

    • Sul fatto che io abbia generalizzato un po' troppo hai ragione, però credo poco alla storia dei bestseller divenuti tali solo grazie al passaparola (dissero qualcosa del genere anche sul primo Harry Potter se non ricordo male).

      È vero, i lettori potrebbero fare la differenza, ma continuo a credere che l'offerta in una certa misura educhi la domanda. I tempi cambiano, i gusti si evolvono/involvono. Ma come spiegare a un adolescente di oggi che, un tempo, appena entrati in libreria il primo libro in cui ci si imbatteva non era quello della Parodi?

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