“Il guardiano degli innocenti” è una lezione di scrittura

 

Partiamo da un presupposto: Sapkowski scrive male. Le descrizioni sono generiche e ripetitive, le scene d’azione quasi sempre surreali e risibili e già dalle prime pagine si ha la sensazione che l’autore non abbia avuto molta voglia di sbattersi nel tentativo di creare un universo narrativo chiaro e accattivante.
Di scrittori (e aspiranti tali) che scrivono male ne è pieno il Mondo ma, a differenza della maggior parte di questi  autori, Sapkowski non è un idiota.


Negli ultimi anni ho letto molti libri brutti. Non parlo solo di opere scritte da autopubblicati semianalfabeti, ma anche di romanzi editi da case editrici che avevano voglia di farsi del male. Al di là del fare a pugni con l’italiano, che rappresenta una malattia sociale ancor prima di un ostacolo a qualsivoglia realizzazione artistica, ci sono delle caratteristiche comuni a quasi tutti i pessimi libri, a prescindere dal genere. Anzi, per dirla meglio, ci sono caratteristiche comuni a quasi tutti gli autori di pessimi libri. La peggiore di tutte, forse, è il non essere consapevoli dei propri limiti.


Riconoscere e accettare i propri punti deboli non vuol dire rassegnarsi e smettere di studiare, bensì comprendere che una persona abituata a fare mezz’ora di jogging al giorno farebbe meglio a non iscriversi alla Stramilano (meglio evitare sconci paragoni tra le dimensioni del proprio membro e il sogno di recitare in un porno).


Sapkowski, dicevo, ha capito quali fossero i propri limiti ma, soprattutto, sa bene cosa vuole un lettore: una storia interessante da leggere. Il Guardiano degli Innocenti è un insieme di vicende che coinvolgono il buon (anzi, stronzissimo) Geralt nella sua attività di strigo . Lo strigo (Witcher nella traduzione inglese) è qualcosa in più di un mercenario e qualcosa in meno di un mago. Un tizio che, dietro la promessa di un compenso, gironzola per borghi e villaggi cercando di risolvere problemi e attirandosi addosso badilate di sfiga. I racconti che si susseguono in questo libro, accattivante nonostante le sue notevoli imperfezioni, sono perlopiù reinterpretazioni di fiabe. E così Biancaneve diventa una sorta di punkabbestia salvata dai nani dopo un’infanzia di abusi, mentre la Bella ha lanciato una maledizione contro il suo stupratore rendendolo una Bestia.


Il vero punto di forza dell’opera di Sapkowski è il dialogo. Al di là di qualche inevitabile scambio di informazioni di cui i personaggi avrebbero dovuto essere già a conoscenza (infodump, per dirla in modo figo), gli scambi di battute tra il protagonista e i personaggi in cui si imbatterà – caratterizzati spesso in modo esemplare – sono veramente accattivanti, pregni di ironia pungente e allusività che ritengo doti innate dell’autore. Non vi nascondo che son stati proprio i dialoghi a farmi apprezzare questo libro, nonché a spingermi a mollare la lettura di opere molto più blasonate (vedasi il post “Come scrivere un dialogo”).


Sapkowski ha saputo, con grande astuzia, aggirare i propri limiti e sfruttare al meglio le proprie doti. Penso che il successo ottenuto da quest’opera e dai suoi seguiti sia meritato. Non stiamo parlando di paraletteratura, di un prodotto confezionato per spopolare tra i lettori medi, ma di un libro onesto. Data l’impossibilità di evitare certi tipi di stereotipi, meglio reinterpretarli. E se ci scappa qualche palese scimmiottatura, pazienza.

“Gli uomini amano inventare mostri e mostruosità. Così hanno l’impressione di essere loro stessi meno mostruosi. Quando bevono come spugne, imbrogliano, rubano, picchiano le donne con le briglie, fanno morire di fame la vecchia nonna, colpiscono con la scure una volpe presa in trappola o riempiono di frecce l’ultimo unicorno rimasto sulla terra, amano pensare che più mostruosa di loro c’è sempre la Mora che s’intrufola nelle casupole all’alba. Allora si sentono in qualche modo il cuore più leggero. E trovano più facile vivere”. (Geralt di Rivia)

 

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