mercoledì 9 dicembre 2015

Pubblicità progresso


Si avvicina il Natale, la festa più ipocrita dell'anno. In questo clima confuso, tra crisi economica e attentati, tra l'autorevolezza di Angelino Alfano e il pacato interventismo di Salvini, c'è una sola certezza: al Mondo esiste molta gente che ha bisogno della Notte dei Truzzi.

Se avete un'amica o un amico sociopatico, che si cingerebbe di tritolo pur di far esplodere di gioia gli spettatori del Capodanno in piazza più vicino, siete ancora in tempo per procurargli un'opera che gli cambierà la vita, come testimoniano i soddisfattissimi clienti che sto per citare.

Ah, nel caso in cui non ci si leggesse prima: buone feste e cercate di non crepare.


«Grazie a questo libro ho scoperto che la mia erezione mattutina era solo un fenomeno idraulico» (Piergiorgio M. - assicuratore)

«Ho finalmente scoperto un modo intelligente per riciclare il cotone che mi si accumula nell'ombelico» (Angelino A. - Onorevole)

«Penso, dunque amo La Notte dei Truzzi» (René D. - disoccupato)

«In questo libro non ho trovato nulla da fotocopiare» (Daniele - comico)

«Non capisco tutto questo astio nei confronti dei calvi» (Bruce - attore)

«Non capisco tutto questo astio nei confronti delle obese» (Sempre Bruce, l'attore)

«SVEGLIAAAA11!1!!!11!!» (Luigi D. - attivista)

«Cassano chi? Il calciatore?»   (Matteo S. - xenofobo)

«Una storia decisamente movimentata»   (Stephen H. - fisico)

«Il comodino non balla più» (Laura B. - pensionata).


Link per la versione digitale: http://goo.gl/bSOG6j

Link per la versione cartacea: http://goo.gl/7ZkHdg



lunedì 16 novembre 2015

Su Parigi, terrorismo e ipocrisia

Ogni volta che si verificano eventi tragici come quello di Parigi, mi sento frastornato. Non solo dalla violenza in sé, ma dal bombardamento di cazzate e strumentalizzazioni che si propagano nella rete, sui giornali e in televisione. Le stragi avvengono ogni giorno. Libia, Egitto, Nigeria, Sudan e Somalia sono soltanto alcuni degli attuali teatri di guerra e mentre leggete questo post qualcuno sta perdendo la vita a causa di una raffica di kalashnikov, una mina antiuomo, un coglione che si fa esplodere al mercato in nome del suo dio. Perché gli attentati in Francia ci scuotono tanto? Perché ci ricordano che la follia degli estremismi non è solo una notizia come le altre del telegiornale. Oggi a loro, domani potenzialmente a noi. E via con il festival internazionale dell'ipocrisia. Si può sconfiggere l'ipocrisia? Se sì, in che modo? Con i bombardamenti? Se riuscite a dare una risposta a questa domanda, probabilmente avete in mano un'efficace soluzione al problema dell'integralismo religioso.

Il problema non è soltanto l'Islam. Qualunque fede è violenza, a tutte le latitudini e in tutte le sue forme. Dopo un eccidio commesso al grido di Allah è grande, prime pagine dedicate allo sdegno del Papa. La Chiesa Cattolica porta sulla coscienza duemila anni di persecuzioni e torture contro pagani, ebrei, protestanti, valdesi e compagnia bella. In un mondo normale, tra gente normale, la reazione istintiva dovrebbe essere di rifiuto, disgusto nei confronti di del sistema-religione. Di ogni religione.

Siamo (anzi, saremmo) in uno stato laico. Uno stato laico che freme per il Giubileo, che va a Messa e a puttane con la stessa disinvoltura, che esporta armi ma ripudia la guerra, che oggi grida alla crociata contro i cattivoni musulmani. Nel 2001 ero a Roma a manifestare contro la guerra in Iraq. Quasi quindici anni dopo penso che questi siano alcuni degli effetti di quella gran cagata. Non si possono abbattere regimi con la pretesa di consegnare la democrazia, chiavi in mano, a popoli che non hanno mai vissuto in uno stato di diritto: è fisiologico che in questo modo il potere cadrà nelle mani di qualche gruppo di rincoglioniti armati. Persino il colonialismo, nella sua atrocità, aveva più senso di questa idiozia: perlomeno i territori conquistati restavano occupati e controllati.

Oggi un intervento militare per fermare quei quattro cialtroni agli ordini del califfato appare indispensabile, ma ciò non deve distogliere l'attenzione dal fatto che siamo nel 2015 e sarebbe magari ora di smetterla con gli amici immaginari su nel cielo. Non esiste una fede moderata: i testi sacri sono pregni di violenza, incitano all'odio e alla discriminazione. L'indottrinamento religioso è un'arma, non una risorsa. Un'arma che prima o poi il Breivik o il Coulibaly di turno useranno contro il prossimo, convinti di essere nel giusto. Per dirla citando il buon Dr. House, se si potesse ragionare con i credenti, non ci sarebbero credenti.



mercoledì 14 ottobre 2015

Pubblicare a pagamento è da sfigati

(Immagine scroccata dal sito www.kickfailure.com)
Hai finalmente terminato la stesura del tuo primo romanzo e ne hai le balle così piene che non lo rileggerai nemmeno. Tua zia e l'amichetto/a del cuore ti han detto che si tratta di una storia bellissima, che il tuo è un talento sprecato, che scrivi meglio del figlio dei vicini (iscritto al linguistico). Di correzione di bozze o editing manco a parlarne: è il momento di pubblicare. E inizi a cercare informazioni su Google o, peggio ancora, Yahoo Answers. Cominciano le insidie.

Fermo restando che, detto tra noi, il tuo manoscritto fa cagare carcinomi e nessun editore vero lo pubblicherebbe (ma, se vogliamo prenderci in giro, possiamo sempre raccontarci la storiella della sfiducia nei confronti dell'editoria tradizionale), hai comunque la possibilità di mettere in commercio la tua opera in maniera più o meno indolore.

A questo punto entrano in gioco il Gatto e la Volpe. Promettono mari e monti, ti dicono che il tuo libro sarà presente sugli scaffali, che grazie a loro otterrai il successo, che potrai definirti un vero scrittore, Il tutto, in cambio di un piccolo corrispettivo in denaro, spesso mascherato dalla dicitura "acquisto minimo di copie". Chiamasi "Editoria a pagamento" o, più semplicemente, EAP.

L'EAP è, in sostanza, quel ramo dell'editoria che punta a guadagnare sull'autore. E non importa se quell'autore abbia o meno del potenziale artistico: chiunque è libero di illudersi, ma in questo caso anche i sogni hanno un costo (elevato). È giusto pagare per l'editing, per una traduzione (in italiano, nel tuo caso) o per una copertina. È assolutamente stupido pagare per farsi pubblicare, in quanto esistono centinaia di piattaforme di self-publishing che permettono di farlo senza scucire un centesimo.

Ecco alcuni link per approfondire l'argomento:

Obbrobbrio - "Pagare per farsi pubblicare"

Giramenti - "NO EAP, grazie!"

Stranoforte - (tantissimi articoli in cui vengono smascherati editori truffaldini)

Lipperatura - Lista editori a pagamento e a "doppio binario" (via Writer's Dream)


venerdì 9 ottobre 2015

Chi legge Obbrobbrio è stronzo?

Una doverosa premessa: non sono un feticista delle statistiche e tantomeno un blogger a caccia della visibilità a tutti i costi, però è innegabile che visite e commenti facciano piacere a chiunque, altrimenti che senso avrebbe aprire un blog?

Quando io e la Dott.ssa De Pedantis abbiamo ideato Obbrobbrio, sapevamo che la natura degli argomenti trattati e i toni dissacranti avrebbero allontanato un bel po' di gente (basti pensare alla caterva di insulti che ci è piovuta addosso dopo il post 10 validi motivi per non fare figli o, peggio ancora, La religione è un disturbo mentale). In fondo va benissimo così. Non avrebbe senso castrare le proprie opinioni pur di allargare il consenso, come accade in politica.

giovedì 8 ottobre 2015

"Cuore di tenebra" di Joseph Conrad

La Nellie, una iolla da crociera, girò sull'ancora senza il minimo fluttuare delle vele e si fermò. La marea si era alzata, il vento era quasi calmo e, poiché dovevamo discendere il fiume, non ci restava che fermarci all'ancora e attendere il riflusso. 
L'ultimo tratto del Tamigi si stendeva davanti a noi come il principio di un interminabile corso d'acqua. Al largo, cielo e mare erano saldati senza una giuntura e nello spazio luminoso le vele conciate delle barche che salivano con la marea sembravano immobili fastelli rossi di tele appuntite tra luccicori di aste verniciate. Sulle rive basse che correvano piatte a perdersi nel mare si era posata una nebbia leggera. Su Gravesend l'aria era scura e più in là pareva condensata in una oscurità funerea che incombeva immobile sulla città più vasta e grande della terra.

[J. Conrad, Cuore di tenebra, trad. Rossella Bernascone, Mondadori, 2000]


Inghilterra, fine Ottocento. Su un battello ancorato presso le rive del Tamigi, l'anziano e logorroico Marlow decide di allietare l'attesa delle condizioni ideali per la partenza raccontando una storia agli altri marinai. Per lui il significato di un episodio non andava cercato all'interno, nel gheriglio, ma all'esterno, in ciò che, avviluppando il racconto, finiva col rivelarlo, come la luce rivela la foschia, allo stesso modo in cui l'illuminazione spettrale del chiaro di luna rende a volte visibili gli aloni nebulosi.

Marlow aveva notato, nella vetrina di un negozio, una cartina del continente africano. La mappa presentava dei vuoti, macchie oscure che lo incuriosirono, lo attirarono fino a ossessionarlo. Fu così che egli decise di partire alla scoperta di quei luoghi. Marlow si sarebbe ritrovato di fronte al vero volto del colonialismo vittoriano, quello dello sfruttamento, del razzismo, del commercio di avorio, di un continente stuprato e derubato dall'uomo bianco. Sarebbe stato facile, per Conrad, cadere nella retorica della denuncia. Cuore di Tenebra, invece, rappresenta in primis il confronto-scontro con la diversità, spaventosa in quanto sconosciuta, verso la quale l'impietosità con cui la voce narrante descrive vicende e immagini rappresenta la più profonda forma di rispetto.

mercoledì 7 ottobre 2015

Generatore lettere minatorie di autori stroncati


Cari Visitors,

dopo il generatore di trame di bestseller italiani e fantasy, nonché il pruriginoso generatore di scene erotiche, eccone uno nuovo (ancora in garanzia): il generatore di email minatorie. Quando si ha l'abitudine di scrivere recensioni un po' troppo schiette, infatti, spesso si ricevono messaggi pregni di risentimento, che culminano sempre e comunque in una velata minaccia di spiacevoli conseguenze legali.

Ho realizzato questo generatore per consentire agli autori stroncati un comodo copia-incolla della letterina che riterranno più appropriata. Meno tempo dovranno dedicare a queste inezie, più ne avranno a disposizione per le loro opere e, magari, migliorare il proprio italiano.
(Premete F5 per generare un nuovo testo)




lunedì 5 ottobre 2015

"Per Sempre Noi" di Lucia Tommasi

Se una mano oscura concentrasse tutti i mali possibili della narrativa, del lessico e della grammatica in un solo libro, probabilmente il risultato finale somiglierebbe al romanzo che sto per recensire.
La sapiente mano dell'autrice, Lucia Tommasi, individua nel narratore onniscemo il punto di vista ideale, facendo compiere alla voce narrante così tanti scempi della lingua italiana da farla sembrare analfabeta come i personaggi che popolano questa sorta di trasposizione paraletteraria di una soap opera.

Il romanzo è ambientato a Verona, ma avrebbe potuto esserlo anche a Campobasso o a Lodi, in quanto non c'è mezza riga che faccia riferimento a un luogo preciso o perlomeno esistente. Ma chi se ne frega del contesto? In fondo ciò che importa è la trama. Parliamone.

mercoledì 30 settembre 2015

Speranze vs. Noia 1:0

(immagine scroccata da Wikipedia)
Ho trascorso parte delle mie agognate ferie nella ridente - si fa per dire - città di Modugno (vicina a Bari), il luogo in cui sono nato e cresciuto. Per chi non lo sapesse, si tratta della città che ha dato i natali a personaggi come Giuseppe Garibaldi, Cristoforo Colombo, Galileo Galilei e una moltitudine di donne che alle ore 12:30 di ogni giorno infornano il calzone di cipolla impestando l'ambiente circostante.
Modugno è stata teatro di importanti eventi storici come la Breccia di Porta Pia, che purtroppo non servì a salvare gli indigeni dalle esibizioni della banda musicale del luogo. Winston Churchill, durante un suo soggiorno a Modugno, affermò che non c'è, per nessuna comunità, investimento migliore dell’iscrivere i propri figli all’istituto tecnico commerciale. Purtroppo, i miei genitori gli diedero retta.

Torno a trovare la mia famiglia e gli amici d’infanzia una volta l’anno. La cosa mi fa piacere, ma anno dopo anno si è rafforzata in me la convinzione che non potrei mai più vivere da quelle parti in pianta stabile, per una serie di motivi che non riuscirei a elencare senza evitare la trappola dei luoghi comuni.
Vivere in una città con una diffusa mentalità da paesotto per qualcuno può essere davvero frustrante. E quel qualcuno deve accettare l’idea che l’unica via di salvezza sia la fuga, temporanea o permanente.

Qualche ora prima che un treno riportasse le mie chiappe a Verona, però, ho avuto la fortuna di conoscere una persona che non si è rassegnata al grigiore, a una vita di pendolarismo culturale. Si chiama Benito (no, ha idee diverse da quelbenitollà, e anche più capelli) ed è un ragazzo che, insieme con i suoi simpaticissimi amici, ha dato vita a una piccola, accogliente, meravigliosa libreria nel centro storico di Modugno.
(Foto scroccata da barinedita.it)

Attraversare la piazza del paese e le sue panchine addobbate dai soliti vecchietti intenti a lamentarsi della pensione, dribblare una task force di testimoni di Geova, passare accanto a un branco di truzzi fermi a scambiarsi suoni gutturali dalla sella di un motorino immobile ma perennemente in moto (di zotici incivili è pieno il Mondo, mica solo la Puglia) e ritrovarsi un attimo dopo in un luogo nuovo, tra ragazzi che stavano discutendo di letteratura e filosofia, è stata una sensazione indescrivibile.

Non è facile mandare avanti una libreria in Italia e ancor più in un contesto simile. Il bicchiere mezzo pieno è il bambino che sfoglia un libro e chiede a sua madre di comprarglielo, quello mezzo vuoto è il rifiuto della stronza-genitrice dettato dal prezzo di copertina (sempre meglio devolvere la cifra al fondo settimanale per l’estetista). Il buon Benito tutto questo lo sa, ma non vuole rinunciare al suo sogno. Per questo lo stimo e spero che la fiaccola che ha acceso sia destinata a bruciare a lungo.

Ora, miei cari visitatori obbrobriosi, se non credete alla buona fede di questo "messaggio promozionale" vi invito a visitare questo sito. In caso contrario, non fate gli stronzi e mipiacciate questa pagina

PS: per quanto riguarda Obbrobbrio, a grande richiesta sta per arrivare la recensione del libro più brutto del mondo. Quella che avevo promesso più di un anno fa e non avevo ancora pubblicato per un residuo timore di farvi del male.

A presto!

giovedì 10 settembre 2015

"Il guardiano degli innocenti" è una lezione di scrittura

Non ho mai amato il genere fantasy e  tempo fa avevo persino dichiarato che non avrei più pubblicato recensioni. Tuttavia, non sono mai stato una persona coerente...

Partiamo da un presupposto: Sapkowski scrive male. Le descrizioni sono generiche e ripetitive, le scene d'azione quasi sempre surreali e risibili e già dalle prime pagine si ha la sensazione che l'autore non abbia avuto molta voglia di sbattersi nel tentativo di creare un universo narrativo chiaro e accattivante.
Di scrittori (e aspiranti tali) che scrivono male ne è pieno il Mondo ma, a differenza della maggior parte di questi  autori, Sapkowski non è un coglione.

Negli ultimi anni ho letto molti libri brutti. Non parlo solo di opere scritte da autopubblicati semianalfabeti, ma anche di romanzi editi da case editrici che avevano voglia di farsi del male. Al di là del fare a pugni con l'italiano, che rappresenta una malattia sociale ancor prima di un ostacolo a qualsivoglia realizzazione artistica, ci sono delle caratteristiche comuni a quasi tutti i pessimi libri, a prescindere dal genere. Anzi, per dirla meglio, ci sono caratteristiche comuni a quasi tutti gli autori di pessimi libri. La peggiore di tutte, forse, è il non essere consapevoli dei propri limiti.

Riconoscere e accettare i propri punti deboli non vuol dire rassegnarsi e smettere di studiare, bensì comprendere che una persona abituata a fare mezz'ora di jogging al giorno farebbe meglio a non iscriversi alla Stramilano (meglio evitare sconci paragoni tra le dimensioni del proprio membro e il sogno di recitare in un porno).

Sapkowski, dicevo, ha capito quali fossero i propri limiti ma, soprattutto, sa bene cosa vuole un lettore: una storia interessante da leggere. Il Guardiano degli Innocenti è un insieme di vicende che coinvolgono il buon (anzi, stronzissimo) Geralt nella sua attività di strigo . Lo strigo (Witcher nella traduzione inglese) è qualcosa in più di un mercenario e qualcosa in meno di un mago. Un tizio che, dietro la promessa di un compenso, gironzola per borghi e villaggi cercando di risolvere problemi e attirandosi addosso badilate di sfiga. I racconti che si susseguono in questo libro, accattivante nonostante le sue notevoli imperfezioni, sono perlopiù reinterpretazioni di fiabe. E così Biancaneve diventa una sorta di punkabbestia salvata dai nani dopo un'infanzia di abusi, mentre la Bella ha lanciato una maledizione contro il suo stupratore rendendolo una Bestia.

Il vero punto di forza dell'opera di Sapkowski è il dialogo. Al di là di qualche inevitabile scambio di informazioni di cui i personaggi avrebbero dovuto essere già a conoscenza (infodump, per dirla in modo figo), gli scambi di battute tra il protagonista e i personaggi in cui si imbatterà - caratterizzati spesso in modo esemplare - sono veramente accattivanti, pregni di ironia pungente e allusività che ritengo doti innate dell'autore. Non vi nascondo che son stati proprio i dialoghi a farmi apprezzare questo libro, nonché a spingermi a mollare la lettura di opere molto più blasonate (vedasi il post "Come scrivere un dialogo").

Sapkowski ha saputo, con grande astuzia, aggirare i propri limiti e sfruttare al meglio le proprie doti. Penso che il successo ottenuto da quest'opera e dai suoi seguiti sia meritato. Non stiamo parlando di paraletteratura, di un prodotto confezionato per spopolare tra i lettori medi, ma di un libro onesto. Data l'impossibilità di evitare certi tipi di stereotipi, meglio reinterpretarli. E se ci scappa qualche palese scimmiottatura, pazienza. 
"Gli uomini amano inventare mostri e mostruosità. Così hanno l'impressione di essere loro stessi meno mostruosi. Quando bevono come spugne, imbrogliano, rubano, picchiano le donne con le briglie, fanno morire di fame la vecchia nonna, colpiscono con la scure una volpe presa in trappola o riempiono di frecce l'ultimo unicorno rimasto sulla terra, amano pensare che più mostruosa di loro c'è sempre la Mora che s'intrufola nelle casupole all'alba. Allora si sentono in qualche modo il cuore più leggero. E trovano più facile vivere". (Geralt di Rivia)
[Andrzej Sapkowski, Il guardiano degli innocenti, traduzione di Raffaella Belletti, Editrice Nord, 2010.]

martedì 8 settembre 2015

Sempre per quella storia del plagio (e delle facce di...)

Qualche giorno fa vi ho raccontato del simpatico blogger Alessio Tarsili e del suo blog interamente copiato da Obbrobbrio. Oggi vi parlo del blog "NonPuòEssereVero", di una sedicente amica dello scopiazzatore, che ad agosto ha pubblicato un interessante post intitolato "Proprietà intellettuale e copyright", una vera e propria invettiva contro la malsana abitudine di appropriarsi del lavoro altrui spacciandolo per proprio.

Ebbene, proprio la blogger in questione - galeotto fu quel contest - solo quattro giorni prima confessava di non poter resistere alla chiamata del suo amico-copione Tarsili (l'incipit del post, tra l'altro, mi sembra parecchio simile a questo, ma come ben sapete ormai vedo fantasmi ovunque).

Nel post in questione, l'autrice del blog scriveva sul conto del buon Alessio Tarsili le seguenti parole:


Cogliendo la palla al balzo, dopo aver scoperto il plagio ai miei danni avevo scritto un commento che diceva più o meno così: anch'io ho scoperto di avere molto in comune con il tuo amico Alessio. Infatti ha creato un blog identico al mio

Il mio commento è durato giusto qualche giorno, poi la polvere è stata prontamente nascosta sotto il tappeto.

Ognuno ha il sacrosanto diritto di pubblicare o meno un commento sul proprio spazio, di evitare polemiche come la peste, di barricarsi dietro un "non sapevo niente". E io credo di avere tutto il diritto di sputtanare qualcosa che mi ha fatto davvero girar le balle. 

Ciò che mi chiedo è come si faccia a guardarsi allo specchio senza sentire la tentazione di sputarsi in un occhio, quando ci si comporta in una maniera così scorretta. Perché dal virtuale al reale il passo è breve, e lo sa bene chi mi ha contattato per spingermi a rimuovere questo o quel contenuto. Il web, si sa, può rappresentare la pietra tombale sulla reputazione di qualsiasi stronzo.


venerdì 4 settembre 2015

Alessio Tarsili e il mistero della faccia di merda.

Quello che vedete nella foto, è un post pubblicato sul blog "informazioni di servizio". Per una pura coincidenza - non sono una persona diffidente - il titolo è identico a quello del mio post, pubblicato proprio oggi. La cosa strana è che anche il resto dell'articolo è identico, parola per parola.

Il blog in questione, creato da tale Alessio Tarsili, dev'essere rimasto a secco di idee per un bel po'. Da giugno a questa parte, infatti, ho pubblicato pochissimi post. E allora lo sventurato scopiazzatore ha dovuto rovistare nell'archivio di Obbrobbrio, riesumare post vecchissimi con qualche limatina strategica. E così, il post in cui parlavo della mia gatta sul blog della mia amica Rita Ciatti è stato riveduto e corretto. La gatta ha addirittura cambiato colore e nome, come potete osservare qui:


Ecco la chiave per il successo. Fatene due copie.

(Quindicesima lezione del corso "Come scrivere di merda")


L'introspezione fa male. Nuoce a voi e alle vostre minzioni artistiche, in quanto le rende adatte a un solo tipo di target: il vostro comodino. A cosa serve guardarsi dentro? A farvi il vuoto intorno, come potranno confermarvi gli amici che non tentano nemmeno più di convincervi ad andare con loro in discoteca. Chiaro che attingere al proprio bagaglio di esperienze e considerazioni spicciole sia più conveniente che muovere le chiappe e andar in giro a respirare un po' di vita. Risulta più comodo, economico e duttile. Esattamente ciò che dicevano dell'Eternit.

La chiave del successo era lì, sotto i vostri occhi, e non le avete dato il giusto peso. Scuola elementare, maestra, foglio protocollo. Il tema.

Il tema è la massima espressione dello scrivere di merda. Più dell'autobiografia, più dei verbali dei carabinieri. Descrivere il proprio migliore amico con una colata di aggettivi qualificativi scopiazzati alla rinfusa da un dizionario tascabile dei sinonimi e contrari, buttar giù qualsiasi inutile dettaglio saltato in mente pur di riempire quella dannata pagina a righe. Quant'erano belli quei tempi? L'insegnante non badava alla pochezza della vostra ingenua scrittura, ma era attentissima alle doppie e alle d eufoniche. Guai a saltarne una.

Se oggi siete convinti di poter scrivere un bestseller, il merito è proprio di chi vi ha messo in testa già da quando eravate poco più di un feto parlante l'idea che avevate potenzialità. È molto capace, quando si impegna. E voi avete giustamente deciso di impegnarvi più nello spam che nello studio. Come biasimarvi?

Cari aspiranti scrittori, lasciate le regole grammaticali e stilistiche a chi non può vantarsi del vostro innato talento,  cestinate l'aspirante. Siete nati pronti, vi bastano un foglio e una penna per produrre arte. Non serve saper distinguere un formalista dalla formalina, per raccontare. E non bisogna lasciare che il proprio stile si imbastardisca, quindi meglio leggere il minimo indispensabile. Sms, notifiche, menu delle bevande. Stop. Perchè cercando di strafare si finisce come quella maestra che assegnò agli alunni un tema dal titolo Chi uccideresti prima, il papà o la mamma? (che vergogna, lasciarsi contaminare così tanto dal romanzo americano).

Il tema è tutto. Adulti alti e robusti, bassi e magri, biondi o bruni (o, al limite, castani). Fanculo Stephen King e le sue Mercedes. Evviva le macchine rosse, gialle, verdi. Viva il cane marrone, il gatto bianco, la montagna enorme, i personaggi che esclamano manco si trovassero al mercato del pesce, che si esprimono con più beh, bhe e be' di un gregge di pecore, che sorridono sempre e non bestemmiano mai. L'essenza di un'azione catturata in un avverbio di modo (meglio due), l'irresistibile fascino della parola cosa.

E i prati verdi e le notti blu e i cieli stellati e il caldo soffocante. Perché la virgola non va mai vicina alla "e". Non ci sono cazzi. La gente vuole solo una storia da leggere, la vostra storia. Il tema della vostra vita, intitolato magari Da grande farò lo scrittore.


mercoledì 2 settembre 2015

Io mi spiego bene, ma la gente non capisce un cazzo

Sabato scorso, mentre mi aggiravo famelico nel reparto "patatine/snack" del supermercato, è successo qualcosa che mi ha lasciato perplesso. Ecco la vicenda, copincollata direttamente dal cassetto immaginario dei miei ricordi non sempre immaginari:

Mi passano accanto un uomo e un bambino di circa nove anni. Sento l'uomo intimare al bambino: «non devi dire alla gente che non ha capito. Si dice "non mi sono spiegato!"». Mi volto, osservo l'espressione del bambino, vi leggo disappunto e incertezza.

Non posso certo definirmi un sostenitore del partito dei bambini rompicoglioni. Nei centri commerciali poi, non ne parliamo. Ma la scena a cui ho assistito mi ha spinto a riflettere. In quel non devi dire ho sentito echi reazionari, più assetati di sangue della tanto demonizzata violenza verbale. Dopo il veto, arriva il dogma si dice così. Una banale convenzione, una preghierina da recitare a memoria.

Esiste un giusto equilibrio? Esiste una netta linea di confine tra apprezzabile schiettezza e irritante maleducazione? Me lo chiedo da quando avevo l'età di quel bambino e assistevo alle manifestazioni di insofferenza della maestra di turno nei confronti di qualsivoglia espressione.. come potrei definirla? Esplicita.


Da quanto tempo l'aggettivo esplicito ha assunto un'accezione negativa? Un linguaggio ritenuto scurrile viene definito esplicito, un film erotico viene vietato ai minori per le sue immagini esplicite. Questo è solo uno dei marker che conducono alla più atroce delle diagnosi: il cancro dell'ipocrisia ha ormai diffuso le sue metastasi nei nostri lobi temporali, compromettendo il nostro linguaggio.

A questo punto, sento di dover alzare la mano. La mia intenzione non è difendere a spada tratta la sincerità. Se avessi guadagnato un centesimo ogni volta che ho mentito in vita mia, a quest'ora sarei su uno yacht da magnaccione e telefonerei alla mia personalissima redazione per ordinare la scrittura di un post su Obbrobbrio, intitolato "mi spiace per la vostra sfiga". La menzogna può salvare una vita, un posto di lavoro, una relazione.

Ciò che trovo tragicomico è che siamo schiavi dei modi. Permalosissimi animali sociali che hanno scelto, per quieto vivere, di pascolare entro il recinto delle buone maniere onde evitare di imbattersi nella suscettibilità del prossimo.

Io sono e resterò convinto che il rispetto per se stessi e per il prossimo non si dimostri castrando le proprie opinioni.


venerdì 10 luglio 2015

La scrittura genera mostri

"Quando pensi che a nessuno importa se sei vivo, prova a non pagare per due mesi la rata della macchina" diceva il compianto John Belushi. Si tratta di una frase a cui penso spesso, e che in semplici parole descrive un aspetto tipico della natura umana.

Nonostante io abbia trascurato Obbrobbrio per un bel po', le "letterine" dei vari Pinco "Scrittore" Pallino non son mai venute a mancare. Gente in cerca di un'opinione aggratis sul proprio manoscritto, facente parte degli insiemi nonsochicazzosia e vuolequalcosadame.

Parlare di scrittura mi piace tanto. Ma il mio parlare di scrittura è qualcosa che si avvicina, con le debite proporzioni, al meraviglioso Chiacchiere di bottega di Philip Roth. Un dialogo basato sulla reale volontà di confrontarsi, di scoprire cosa pensi un interlocutore che condivide le proprie stesse passioni. Confesso che mi piacerebbe tanto "intervistare" autori che apprezzo. Non tramite fredde email, ma davanti a un caffè nel suo bar preferito.

Ciò che invece mi capita spesso, troppo spesso, è di parlare di scrittura con persone a cui interessano principalmente due cose: parlare di sé e/o capire se concordo nel ritenere il loro manoscritto un capolavoro.

Ho rispetto per il prossimo, ma non per la sua boria. Per questo, pur accettando di buon grado proposte di lettura, non ho mai lesinato pareri negativi o ironici su ciò che trovavo nei manoscritti. Qualcuno ha reagito malissimo (della serie "non capisci un cazzo"), in pochissimi mi hanno comunque ringraziato per aver dedicato ore del mio tempo libero ai loro scritti. Ma la maggior parte, e credo di non esagerare nel quantificarli come otto su dieci, hanno ritenuto opportuno non rispondermi nemmeno.

Ho smesso da tempo di leggere manoscritti su "commissione" di perfetti sconosciuti (gente che non ho mai visto sul blog, tra l'altro) ma questi mitomani sbucati non solo dall'editoria a pagamento o dall'autopubblicazione, ma anche dalla Stocazzo Edizioni di turno continuano a provarci.

La scrittura può creare Capolavori ma anche orribili mostri, come in questi casi. Gente che dovrebbe mollare la penna e darsi alla vendita di automobili. Magari a rate.





venerdì 17 aprile 2015

Venerdì diciassette.


Cari sopravvissuti,

vi scrivo da un angolo sperduto di questa fogna chiamata web. A voi onnipresenti, a voi che fate a sportellate per un briciolo di visibilità in più, auguro ogni fortuna. Occhio, però, perché non verrà fuori un nuovo Aranzulla. Che vi occupiate di guide per tecnoimbecilli o di copywriting spicciolo, sappiate che l'unico modo per monetizzare è trovarvi un cazzo di lavoro.

Un lavoro vero, non lo scrittore, non il poeta. Una roba che presupponga dei contributi previdenziali o, nella peggiore delle ipotesi, una paghetta passata sottobanco.

Rendetevene conto: scrivete parole vuote, non dite più un cazzo e lo sapete. Titolate articoli dando al lettore l'illusione di accingersi alla scoperta di chissà quale verità, ma non-di-te-più-un-caz-zo-por-ca-put-ta-na.

Questo potrà sembrare lo sfogo di uno psicopatico ai più, agli internauti medi, ai blogger. Non escludo che lo sia, ma è più forte di me: ci sono periodi in cui riesco a reprimere il mio disgusto per il social, altri in cui viene fuori in tutta la sua violenza.

Ho detto blogger. Blogger non è una professione, signori. Ogni tanto mi capita di dover correre in bagno, ma non oserei mai definirmi un toiletrunner, sebbene potrei scriverlo su Linkedin, dove il narcisismo basato sul nulla raggiunge vette da guinness dei primati (ove per "primati" intendo il plurale di primate, senza alcuna intenzione di offendere i simpatici animali in questione).

Sono nato e cresciuto in un mondo in cui ci si vedeva per una birra o un caffè al solito bar anziché chattare su Facebook col vicino di casa. Riavvolgevo con la matita nastri su cui erano registrati pezzi sparsi di artisti dei quali non conoscevo nemmeno il volto. Mi son ritrovato vent'anni dopo, il giorno dopo, in un mondo di "selfie", giornalisti che scrivono articoli basati su un tweet, minorenni minorati disposti a tutto pur di spillare i soldi per l'ultimo iphone ai loro genitori.

E spesso mi chiedo cosa sia andato storto, cosa ci abbia involuti. "Siamo peggiorati tanto che te ne vergogni", dice Caparezza. E in tutto questo trovo solo una costante: i coglioni ci sono sempre stati. Dal ku klux klan alle bombe atomiche, dai lager alle foibe, dalle pellicce al foie gras, le prove in tal senso non mancano.

E se qualche nazi-islamista può far fuori un'intera redazione per qualche vignetta di troppo, se l'informazione dev'essere ancora oggi nascosta, sporcata, minacciata, c'è un'altra evidente verità: le idee fanno ancora paura. Quindi, se ne avete, sfruttate la materia grigia e tiratene fuori gli attributi. Di fuffa ce n'è troppa in giro, e in questo la rete si dimostra un impareggiabile propulsore di mediocrità.

Questo ho scritto, questo penso.

Ora il sipario può riaprirsi.



giovedì 19 febbraio 2015

Comunicazione di servizio

Cari amici di Obbrobbrio,

purtroppo per voi, non vi ho abbandonati. Presto tornerò a pubblicare assurdità sul blog, pertanto vi invito a non desistere dal gironzolare da queste parti.

A presto!

Alessandro

giovedì 22 gennaio 2015

Paura delle parole


Quando l'ondata emotiva legata ai fatti di Parigi si sarà esaurita, tutto tornerà come prima. 

Il diritto alla satira dovrebbe essere sempre garantito e rispettato. Il mondo è pieno di gente non libera, per scelta o imposizione. Ma chi ha deciso di aderire a una fede, che si tratti di una fede politica, religiosa o addirittura sportiva, non dovrebbe cercare di imporre il proprio sistema di valori agli altri. Queste parole potranno apparire scontate, eppure son certo che ognuno di voi si sia imbattuto almeno una volta nella vita nella tendenza a  cercar di chiudere la bocca altrui.

 E se il capo della Chiesa può permettersi di affermare "se offendi mia madre ti do un pugno", equiparando la satira a una mera diffamazione, mi chiedo cosa accadrebbe se questa logica, la logica del pugno, la usassero contro di lui tutte le persone che ogni giorno vengono discriminate dal credo di cui si è fatto esponente. I "ma se la son cercata" arrivano dalla stessa gente che sostiene che una gonna costituisca l'attenuante per lo stupro, atteggiamenti vergognosi come la mentalità bigotta di cui non ci libereremo mai.

Non sempre chi "sbaglia" con la satira paga con la vita. C'è chi, come Luttazzi, viene semplicemente messo a tacere e chi, come Crozza, alla prima lamentela da parte del Vaticano (per le sue imitazioni di Ratzinger) ha scelto l'autocensura.

La satira deve essere libera. Una satira castrata diventa satira di regime.

La satira deve far incazzare, perché prende di mira profondi pregiudizi, perché spinge la "vittima" a un impietoso confronto con se stessa.

Io non voglio un mondo pieno di gente che dice di essere Charlie. Voglio un mondo in cui chi vuole essere Charlie sia libero di farlo senza rotture di coglioni. Ma fino a quando piccoli e grandi fascismi ci permeeranno, non saremo pronti ad accettare il cambiamento.

Sostenere la libertà di espressione è facile, non costa nulla. Ma basta farsi un giretto nel web per imbattersi nell'incapacità diffusa di accettare una critica, un parere discordante. E così gli amministratori di un forum possono atteggiarsi a capetti sfoggiando i loro gradi virtuali, blogger più o meno noti possono calare la scure della "moderazione" su pareri discordanti dal loro. I social non aiutano il confronto, bensì favoriscono la nascita di ghetti virtuali in cui chi la pensa diversamente viene escluso o messo alla gogna.

Siamo nel 2015, il Medioevo è lontanissimo rapportato alla sfuggente durata di una vita umana, ma le piccole e grandi repressioni di ogni giorno dimostrano un fatto orrorifico e consolatorio al tempo stesso: la parola fa ancora paura. Fa paura ai Papi e agli Imam, ai politici e ai mafiosi, ai poveri stronzi dalla capacità di confronto ridotta a minacce di querele e segnalazioni d'abuso. 

La parola può illuminare o irritare, sovvertire un ordine, scatenare una guerra. Anche se, troppo spesso, si rivela un'arma intelligente nelle mani di perfetti imbecilli.


lunedì 12 gennaio 2015

Su libertà di parola e carta da cesso

Seppur costernato dalla tragedia accaduta in Francia, non riuscirei a dire o a scrivere un je suis Charlie Hebdo senza provare la tentazione di sputarmi in un occhio. Perché avere il coraggio di fare satira col rischio di morire ammazzati non è da tutti, tantomeno da me.

L'inevitabile teatrino della strumentalizzazione ipocrita è già bello che avviato: la capacità italiana di uccidere i morti non finisce mai di stupire. Ed è qualcosa di trasversale, che caratterizza la sinistra come l'estrema destra. Capita, così, che gli stessi personaggi che nel 2006 puntarono il dito contro le vignette "islamofobe" mostrate in diretta televisiva da Calderoli oggi fingano di piangere per il massacro di un'intera redazione, e che xenofobi come Borghezio manifestino a favore di una libertà di espressione che mai ci è appartenuta e mai ci apparterrà. Perché anche la censura fascio-democristiana uccide, ma lo fa a modo suo, senza spargimenti di sangue. In questo modo si limitano i possibili je suis Daniele Luttazzi in risposta agli omicidi mediatici di uno stato laico solo sulla carta.

Trovo utopico che la libertà possa essere esportata con le bombe, ma allo stesso modo ho perso fiducia nel dialogo, nell'integrazione con un dio di mezzo. Qualunque credo religioso è un motore di dis-integrazione, oltre a costituire un facile pretesto per giustificare qualsiasi tipo di atrocità umana.

Se non l'avete ancora visto, non potete perdervi questo documentario. Oggi più che mai, je suis Bill Maher.

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